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Canti di
Roccaforte del Greco raccolti nella primavera del 1873 da
Giovambattista Morosi
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Puccati’ s tim bortasu erisa to
lucchio
Ola ta passemmena ta
sdimmonia.
I umbra i dikisu m’epiae ndo
lucchio,
c’ego esuperespa ola ta
demonia.
Ma sirma pu su mo’ piae to
lucchio,
en ganni ja mma plene i
cerimonia:
m’edese ja panda esu me tundo
lucchio,
ja na schiattespun’ ola ta
demonia |
Dacchè alla tua porta gittai
l’occhio,
tutte le cose passate le
dimenticai.
L’ombra tua mi ha preso
dall’occhio,
ed io superai tutti
demoni.
Ma subito che tu mi hai preso
l’occhio,
non fanno più per noi le
cerimonie.
Mi legasti per sempre tu con
codesto occhio,
acciocchè crepino di dispetto
tutti i demoni
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Na mi kamise dubbj apanu’ s
emmena,
ti o logose o dikommu de
mmanchégui;
pisteguo t’imme fermose olo
essenza;
danese ta penserimu
piscegui.
Ta sitadriamu ene ola
delemmena,
ma enammu oftrò
perseguitégui;
sitarimmu ise esu, pu kannija
mmena;
oftrommu e ccino pu se
pretedegui.
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Non far dubbi sopra di me,
che la mia parola non
fallisce,
credo di essere fermo tutto in
te;
nessuno i pensieri li
pesca.
Il mio grano è tutto
ricolto,
ma un mio nemico mi
perseguita:
il mio grano sei tu, che fai per
me,
il mio nemico è colui che t
pretende |
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Essu ja agapi i dikimmu ise
ossu,
c’ego an dom batri en ekho
libertati.
Sa a prama dependégui ase
tossu,
e ssonnise kratine
iniquitati.
e ssoise trattenespi akomin'
ossu,
forci alarghéguusine i
scelerati;
ce sirma sirma me porise
ambrossu,
ce totem u ngrnizzi im
buluntati |
Tu per amor mio sei
dentro,
ed io da mio padre non ho
libertà.
Quando la cosa dipende da
tanti,
non la puoi ritenere una
iniquità.
Se puoi trattenerti ancora dentro,
forse si allontaneranno gli
scellerati;
e subito subito mi vedrai innanzi a
te,
e allora mi conoscerai la
volontà.
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| Tote s'afinno sane pu
apepeno,
ce pio se kanundi, ton ghiìjeo
khanni:
a su plategui kané dopu ti
apepeno,
ingiuriane emmena mu den
ganni.
'gò sperèguo dipoi ti imme
khumeno,
nemmenu na mu kamisen'
anganni;
'ce pos ego essena imme
demeno,
emmena éhji na pari ola ta
affanni. |
Allora ti abbandonerò quando sarà
morto,
e chi ti guarda il suo tempo
perde:
se ti parla qualcuno dopo che io
son morto,
ingiuria a me non me ne
fai.
io spero che nemmeno dopo che io
sarò sepolto,
tu non mi farai inganni;
e come io a te sono
legato,
a me mi hai da levare tutti gli
affanni
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Poesie di Don
Domenico Spanò
A mia
madre
Donna altera, di carattere
forte,
Spesso cedente nell’umiltà preziosa,
Modello di bontà fino alla
morte
Prudente ti mostrasti e degna
sposa
Di
dodici figlioli, che la sorte
Non
aiutò, né fu lor generosa,
Io
sono il primo, che bussai sue porte,
A
cui s’apriron di luce giocosa
Lottai per la giustizia e con la
morte
Per
la Gran Religione misteriosa,
ti
riconosco tra le donne accorte
Qual dolce madre di virtù
radiosa
E
come nutro affetto al Creatore
Così ti consacrai rispetto e
amore!
Alla
Madonna
Vergine bella, Madre del
dolore,
Tu
che soffristi più d’ogni mortale,
purifica, Ti prego, questo
core
e
fa che sempre in alto spinga l’ale
Legarsi a questa cosa vale?
Passano via gli anni e solo poche
ore
Restan di vita e pur si vivon
male.
Chi
serve Te, non soffre e neppure mo
Tu
mi guidasti nelle più ardue imprese,
tu
confortasti l’alma mia confusa
e
perdonasti pure le mie offese
Conservami il Tuo amore e la mia
Musa
Or
Ti consacro e resto nel paese
Per
innalzarti un tempio in valle o
Quel tempio chiamerassi Santa
Maria
Deh! Sorreggimi per farlo; Ave
Maria!
Sulle rovine di
Messina
Albe serene, di Sicilia vanto
Albe gioconde luminose e care,
Un’altra di terror, alba di
pianto
spuntò dal mare.
Eran giardini dalle vaghe
aiuole,
Cui
fè natura d’ogni grazia dono,
Eran ville qua e là splendenti al
sole
E
più non sono.
Eran bimbi vezzosi, eran
donzelle,
Erano marinai gagliardi e
forti,
Avvezzi a superar nembi e
procelle
E
pur son morti.
Reduci a sera dal gran mare
iroso
Entro il rifugio del paterno
ostello,
Non
già il dolce trovar blando riposo,
Bensì l’avello.
Invan brillava il ciel puro e
sereno.
Invan fiorian gli aranci all’onde
accanto,
Di
sì ridente plaga in un baleno
Finì l’incanto.
Italia mia! Fra le crollate
mura.
Tra
mille e mille sanguinanti fosse,
Oh,
se plorar l’immensa tua sventura
Dato mi fosse!
Pianger vorrei . . . sui ruderi
temuti
Dell’alma carità ergere la
face,
l’ossa raccor dei miseri
caduti,
Vedrà l’aurora.
E
sia! Se dalla polve sparsa al vento
Rinasce un fiore, dalla tua
ruina,
Plaudente Italia a si solenne evento,
Sorgi Messina!
Se
nell’Italo ciel manca una stella,
Stella scomparsa fra gran lutto e
duolo,
Torna a far lieto di tua luce
bella
L’Italo suolo.
Ai soldati d’Italia
Prodi soldati, vittoriosi e
forti,
Che
per l’onor d’Italia al fronte andate,
Io
vi saluto e lodo. I nostri morti
Vivono per le genti liberate
Dal
vergognoso giogo degli Asburgo
Che
han sempre vilipeso e angariate
Nostre regioni. Ormai dal sonno
surgo
E
vi scongiur perché le vendichiate.
L’Italia lo stranier mai
sopportò;
Avanti sempre, perder non si
può!
Terribile è la guerra, ma gli
effetti
Mirabili saranno e dico il
vero:
Scompariranno due regnanti
inetti,
Il
Turco e poi l’Austriaco, che più nero
D’iniquità mostrò d’avere il
cuore.
Domato pur sarà il superbo
impero
Germanico; novella dolce
aurora
Roma vedrà, splendor del mondo
intero.
E
il suo Re con l’Esercito forte
Che
degno militar, sfida la morte,
Va
sempre avanti per virtù e valore,
Va
sempre avanti al posto dell’onore.
Alla Santa Vergine
Vergine Madre, che soffristi
molto
Per
gli spasimi atroci del Tuo Figlio,
Solo per tuo voler non fui
sepolto
Ed
ho scansato l’orribil periglio.
Nella mia vita mi son sempre
volto
A
te nei dubbi immani per consiglio
E,
del vizio comun rimasi sciolto,
Amando sopra ogn’altro il Tuo bel
Figlio.
Ebbi gran fede nella Tua
clemenza,
Amai giustizia senza paragone
Al
prossimo mostrai benigno il viso.
Spesso mancai di tatto e di
prudenza
Come Ministro della Religione,
ma
spinsi sempre tutti al Paradiso.
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