ROCCAFORTEDELGRECO.NET

Storia e cultura

LA FIUMARA AMENDOLEA                   

La fiumara Amendolea nasce nel cuore del Parco Nazionale dell'Aspromonte e  precisamente nella zona denominata Materazzelli ( m. 1720 s.l.m.) . 

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L'EMIGRAZIONE                                                            

Il fenomeno emigratorio rappresentò anche per Roccaforte  uno dei processi sociali più rilevanti che si verificarono all’inizio del XX° secolo.

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LA FLORA E LA FAUNA

La notevole diversità di ambienti presenti nel territorio di Roccaforte del Greco assicura una flora assai ricca e varia.

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LA DIGA SUL MENTA

Nel 1979 venne approvato il progetto relativo alla costruzione della diga sul Menta  da parte della Casmez e dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

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LA FESTA DEL SANTO PATRONO

Il 16  Agosto si svolge la festa in onore di San Rocco. Intorno a mezzogiorno, subito dopo la funzione religiosa, la statua del Santo  viene trasferita dalla Chiesa di San Rocco, dove abitualmente è custodita, alla Chiesa dello Spirito Santo.

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ANTICHE MIGRAZIONI

Le origini di Roccaforte e degli altri paesi della Calabria greca sono molto controverse. Esistono molte tesi  contrapposte che fanno risalire la radice ellenica a momenti storici differenti. Le principali tesi collocherebbero le origini nel periodo della Magna Grecia o nel periodo bizantino. Molti sono stati gli studiosi che si sono interessati alle origini e alla questione linguistica dei greci di Calabria.

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Roccaforte del Greco è situato sulle pendici digradanti della riva destra del torrente Amendolea. Ha un territorio di kmq 54,03 e confina con Bagaladi, Cardeto, Condofuri, Reggio Calabria, Roghudi, S. Lorenzo, S. Eufemia d'Aspromonte, S. Stefano in Aspromonte, Scilla e Sinopoli. E' posto a 971 metri s.l.m.. Nel periodo in cui era casale dello Stato di Amendolea veniva denominato La Rocca. Dal 1864 assunse la denominazione attuale. E' collegato alla superstrada ionica 106 attraverso una provinciale che da Melito P.S. sale per 30 chilometri. Attualmente conta 682 abitanti. L'economia di Roccaforte del Greco è legata principalmente all'agricoltura e all'allevamento. Il patrono è San Rocco che viene festeggiato il 16 agosto

STATISTICHE METEO

Temperatura massima

+37°C

11/08/1999

Temperatura minima

- 6,9°C

07/01/2017

Nevicata record

38,5 cm

4 /02/1952

Giorno più piovoso

405,3 mm

6/01/1940

Mese più piovoso

812,8 mm

Ottobre 1951

Anno più piovoso

1667, 9 mm

Anno 1953

 

 

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Biografie  tratte dal libro "Roccaforte  del Greco Alla ricerca delle radici" di Francesco Palamara

 

 

GIUSEPPE TRIPEPI  (PATRIOTA RISORGIMENTALE)

Giuseppe Tripepi nacque il 18 settembre del 1811   da Antonia Marchese e Fortunato Tripepi. Faceva parte della famiglia dei Baroni Tripepi della contrada Torre di Ghorio di Roccaforte. La famiglia Tripepi, originaria di S.Agata di Reggio, era proprietaria di alcuni beni  che nei  secoli precedenti erano appartenuti ai monaci basiliani passati poi  ai Tripepi per un matrimonio avvenuto tra un componente della suddetta famiglia e la nipote di un sacerdote di Roghudi di nome  Biasi  mentre la torre e il convento furono acquistati successivamente. Si sposò con Rosa Correale Santacroce di Siderno da cui ebbe tre figli. Fortunato morto in tenera età, Domenico che venne eletto più volte consigliere comunale e Gio.Battista che divenne prete e successivamente si trasferì a Roma. L’ 8 novembre del 1845 venne nominato Sindaco  dall’Intendente della provincia della Calabria Ultra Prima per il  triennio 1846 – 1848. Il suo nome salì alla ribalta durante i moti insurrezionali del 1847. Fallita la rivolta  del 2 settembre alcuni capi cospiratori tra cui  Antonino Plutino,  Agostino Plutino, Federico Geonese, Casimiro De Lieto, Domenico Muratori e il figlio Francesco si rifugiarono in località  Serra di Piscopi del comune di Roccaforte e presumibilmente godettero  dell’appoggio logistico di Giuseppe Tripepi,proprietario dei terreni circostanti. Tra l’altro i  suoi dipendenti dichiararono pubblicamente che in quella zona si  erano accampati 30 insorti . Avvertito della presenza dei patrioti,  Domenico Abenavoli capo della guardia urbana di San Lorenzo con un drappello  di guardie si recò immediatamente nella suddetta località ma si limitò soltanto a constatare la presenza di baracche e tracce di accampamento poiché gli insorti nel frattempo si erano dileguati. Il 9  novembre del 1847, la guardia urbana Antonino Nicolò, originario di Reggio Calabria ma residente a Ghorio, dichiarò all’ispettore di polizia di primo rango Gennaro Cioffi che l’avvocato  Domenico Muratori e il figlio Francesco furono ospitati a Ghorio , dal 5 settembre al 9 settembre del 1847, prima in casa di Giuseppe Sgro capo della guardia urbana di Roccaforte (zio del sindaco Giuseppe Tripepi n.d.a.) e successivamente presso la tenuta di contrada Bambuino appartenente a Luigi Tripepi, zio del Sindaco. Insieme alle guardie urbane Leo Iaria ed Antonino Palamara tentò di arrestarli ma arrivati nei pressi della casa dove Muratori e il figlio si nascondevano  appresero dal fattore Giuseppe Surace che i due erano stati prelevati da ignoti  a dorso di due muli. Domenico Muratori nei giorni in cui  fu  “ospite”  di Giuseppe Sgro  scrisse una lettera al Dott. Oliva di Platì  chiedendogli asilo. La lettera fu  inviata per mezzo del bracciante Costantino Palamara dipendente di Giuseppe Sgro. Qualche giorno dopo, l’Intendente  venne informato con una lettera anonima che l’Avv. D. Muratori , il Dott. P. Mezzatesta e i loro rispettivi figli erano stati guidati da una persona di Roccaforte alla casina detta di Ancone, di proprietà del fu Domenico Oliva. Fu effettuata un’accurata  perquisizione  che  diede esito negativo.  Il Nicolò dichiarò, inoltre, che nel mese di ottobre del 1847 incontrò casualmente  in contrada Zimbi  il latitante Antonino d’Aguì di Bova condannato a morte per reati politici . Considerato cospiratore e complice dei suddetti patrioti, Giuseppe Tripepi fu sospeso dalle funzioni di Sindaco perché accusato di essere  ricettatore di ribelli, inoltre,   venne più volte interrogato dal giudice di Bova ma non fu  sottoposto ad alcun giudizio. Con l’unificazione del Regno d’Italia, Giuseppe  Tripepi tornò alla vita politica attiva dopo aver rifiutato nel 1851 la carica di esattore. Fu eletto consigliere comunale nelle prime elezioni dopo l’unificazione del regno d’Italia con 22 preferenze su 23 votanti. Nel 1875 rinunciò volontariamente ai terreni che erano stati usurpati dalla sua famiglia dopo l’eversione della feudalità. Si spense il 4 novembre del 1876.

 



DON DOMENICO SPANO’

Domenico Spanò nacque  a Ghorio di Roccaforte il 23 gennaio del 1875 da Domenica Palamara e Domenico Antonio Spanò. Già in tenera età richiamòl’attenzione degli amici di famiglia che al padre profetizzarono un lusinghiero avvenire. Domenico Spanò ricevette dai suoi genitori un’educazione di carattere religioso. Il suo primo maestro fu il Sacerdote Giovambattista Tripepi dei baroni della torre di Pletea. Per ragioni di famiglia il sacerdote Tripepi si trasferì a Roma e  Domenico Spanò proseguì i suoi studi  a Reggio Calabria grazie anche all’aiuto economico fornito dal nonno materno Domenico Palamara . Il nonno nutriva la speranza di farne un sacerdote anche perché nella famiglia Palamara,  nella prima parte dell’ottocento, c’era stato  un altro prete  di animo nobile che si chiamava Francesco Palamara. Nel mese di febbraio del 1887 il nonno e il giovane Domenico Spanò si recarono presso la stazione di Melito per prendere il treno che doveva portarli a Reggio Calabria.  Il nonno andò ad acquistare i biglietti mentre Domenico, all’insaputa del congiunto,  s’incamminò lungo i binari per rincorrere il treno che stava arrivando nella  stazione. Fortuna volle che il sig.  Francesco Zavettieri esponendosi al pericolo spinse fuori dal binario il giovane Domenico mentre il treno stava passando. Il nonno pianse e nello stesso tempo gioì per lo scampato pericolo e per il resto della sua vita digiunò tutti i mercoledì in ringraziamento della Vergine del Monte Carmelo. A Reggio Calabria, Domenico Spanò  guidato dagli insegnanti Pressetelli, Calofani, Cresci, Modafferi e Franco  si distinse per il suo impegno scolastico. Iscrittosi alle scuole tecniche, dopo aver sostenuto in un anno due classi, fu rimandato in italiano orale, non sopportando tale mortificazione chiese al Cardinale Portanova di poter andare al Seminario di Bova e  lì inizio lo studio del latino. Successivamente per ragioni di studio passò al seminario di Reggio Calabria dove fu seguito da Mons Morabito, dal filosofo Caprì e dai professori Cotroneo e  Curatola, dal latinista Quattrone e da Monsignor Romeo. Richiamato a Bova dal Vescovo Monsignor Rossi ,  Domenico Spanò iniziava a sentire la vocazione del Sacerdote missionario. Nel frattempo il Vescovo cedette la direzione del Seminario di Bova Marina ai salesiani e da questi apprese lo spirito del sacrificio. Dichiarato idoneo al servizio militare partì per Viterbo dove conobbe il Vescovo Cappuccino Monsignor Grasselli. Dopo 33 giorni venne congedato e rientrò nel Seminario di Bova Marina. Venne ordinato sacerdote dal Vescovo di Bova Monsignor Pugliatti e obbligato a rimanere a Bova fondò una scuola popolare per ragazzi istruendo tutti e passando lietamente i giorni insieme ai giovani bovesi. Nel dicembre del 1900 celebrò la prima Messa. Ritornato a Roccaforte fondò una società agricola operaia, aprì una scuola per adulti e un asilo. Desideroso di recarsi alle missioni stava per partire per Smirne ma fu dissuaso dall‘arcivescovo di Messina Mons. D’Arrigo che lo nominò Economo spirituale di Santa Domenica Vittoria  piccolo paese in  provincia di Messina  dove soggiornò dal 1 marzo 1901 al 28 dicembre del 1908. In questo paese contribuì alla costruzione della Chiesa di S. Antonio Abate. Iniziò con sole cinque lire. La domenica, dopo aver spiegato il Vangelo, leggeva la nota dei crediti degli operai che avevano lavorato durante la settimana. Ogni operaio riceveva un buono da lui firmato ed i buoni, numerati progressivamente, venivano materialmente pagati dall’ufficiale postale che era stato nominato cassiere.Intanto a Roccaforte nel settembre del 1908 morì il sacerdote Giuseppe Cento e al suo posto venne nominato Don Domenico Spanò.  Partì da Santa Domenica Vittoria poco dopo la mezzanotte  del 28 dicembre del 1908 e alle ore tre raggiunse Randazzo per attendere il treno che doveva portarlo a Messina. Alle ore cinque e mezza si verificò il terribile terremoto che distrusse le città di Messina e Reggio Calabria. Don Spanò si prodigò tantissimo durante l’opera di soccorso, l’Arcivescovo d’Arrigo lo nominò suo rappresentante, riuscì ad aprire al culto la prima chiesa riunendo i sacerdoti della diocesi. Recuperò gli arredi sacri e gli oggetti di valore appartenenti alla Chiesa e ad altre istituzioni che consegnò al Vescovo dopo aver stilato un regolare inventario. Per delega del  commissario  straordinario dei soccorsi Tenente generale Francesco  Mazza accudì gli orfani delle vittime del terremoto. Terminata l’emergenza don  Domenico Spanò raggiunse Roccaforte dove fece riparare e riaprire al culto la Chiesa.  Sostenne la necessità del rimboschimento delle montagne con alberi da frutto per accrescere la produzione e la costruzione delle casette in montagna per il ricovero dei contadini e dei pastori. Operò per il ripristino dell’antico santuario di Santa Maria di Pletea. Insegnò nella scuola mista di Stato della frazione Ghorio. In questa opera fu aiutato da alcuni sacerdoti tra i quali   Don Cajozzo da Trapani,  Don Pennavaria da Palermo,  Don Autelitano da Bova e il canonico Romeo da Seminara. A proprie spese ospitò spesso predicatori di vaglia come il Padre Cappuccino Francesco Familiari, il parroco di Melito Don Patamia e il gesuita Padre la Spina.  Dopo otto anni di sacrifici , per cui Don Domenico Spanò si privò perfino del suo patrimonio, lasciò la parrocchia ai salesiani e precisamente a Don Salvatore Graci il quale rimase due anni . Don Domenico Spanò si recò a Terranova Sappo Minulio dove nelle contrade Orto e Norio la Chiesa di Roccaforte possedeva due appezzamenti di terreno il cui fittuario era il sig Perri Antonio di Radicena. I cittadini di Scroforio, saputo dell’arrivo di Don Domenico Spanò e trovandosi senza sacerdote,  chiesero assistenza religiosa. Don Spanò mandò una commissione  dal Vescovo Mons. Scopelliti  di Oppido Mamertina per ottenere il permesso necessario ma il Vescovo negò tale permesso. Don Spanò non si arrese e inviò una seconda commissione dal Vescovo facendogli recapitare un messaggio nel quale c’era scritto che sarebbe rimasto ad assistere gli ammalati fino a che il Vescovo non avesse trovato il modo di provvedere. L’insistenza di Don Spanò ebbe successo poiché il Vescovo provvide a rimandare il parroco Gaetano Lando che in precedenza era scappato dal paese di Scroforio. Dopo qualche giorno fu convocato dal Real Provveditore agli Studi di Reggio Calabria che lo nominò maestro elementare a  San Pasquale di Bova Marina. Qui riaprì al culto la chiesetta di S. Pasquale grazie all’opera  della Baronessa Agata  Nesci. Il vescovo di Oppido Mons. Scopelliti invitò Don Spanò a ritornare a Scroforio perché era reclamato dai cittadini.  Don Spanò servì per due anni Scroforio, Terranova ed Oppido. La parrocchia di Scroforio fruttò in due anni 30.000 lire e quella di Terranova 40.000 mila. Don Spanò servì le parrocchie per sole cento lire al mese perché voleva che le rendite fossero spese per la Chiesa e per le opere di beneficenza. Fu nominato Provicario Generale e così poté accorgersi che nella Diocesi c’erano molti dilapidatori delle rendite della chiesa e ingaggiò un’aspra lotta che portò alle dimissioni del Vescovo. Dopo questo spiacevole avvenimento Don Spanò preferì ritornare a Roccaforte dove nel frattempo mancava il parroco poiché Don Graci si era ritirato dall’ordine dei Salesiani. Nel 1920 riaprì al culto la Chiesa di Ghorio e l’oratorio della Torre baronale e per meno di 3000 lire annue servì tre chiese e trovò il modo di dar lavoro a proprie spese a  molti operai disoccupati. l’11/10/1924 arrivò  a Roccaforte  il  vescovo  mons Taccone e molte persone si avvicinarono al confessionale per la grande soddisfazione di Don Spanò. Il 23 febbraio del 1927 venne nominato Canonico – Teologo onorario dal Vescovo Cognata di Bova. Don Spanò aveva uno spirito di adattamento eccezionale, tenendo con sé il breviario  e accontentandosi di un po’ di pane e di una sedia per letto era capace di passare mesi fuori residenza. Se si proponeva di tacere, passava intere settimane senza dir parola e amava dire che “il carattere è l’uomo ed i vizi si possono levare con la forza della volontà”. Espresse più volte il pensiero  di volersi chiudere in un Ordine religioso per distaccarsi dal mondo, ma per ragioni relative all’età ricevette risposte negative. Il disinteresse e l’amore per il prossimo indusse Don Spanò a lottare contro le ingiustizie e a sostenere gravi sacrifici. Appassionato allo studio e circondato da libri non permetteva a nessuno di entrare  in casa sua salvo che per le situazioni riguardanti il suo ufficio di Arciprete. Si prodigò per la realizzazione di una nuova chiesa  e dopo tante lotte riuscì a ottenere la costruzione, nel rione Fossa, della Chiesa dello Spirito Santo. Morì il 27 agosto del 1934.

Giudizi su Don Spanò

Il canonico Annibale Maria Di Francia disse di Don Spanò “ è come un buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita. I suoi principi sono retti e sebbene non osservi il formalismo  tiene un cuore nobile e un’attività fenomenale”.

Il sommo Pontefice Pio X che in pubblica udienza a Roma udì un sonetto di Don Spanò dopo averlo complimentato gli fece   pervenire una bella lettera con accluse 500 lire.

Il Pontefice Benedetto XV chiese delle informazioni sul conto di Don Spanò al Vescovo di Reggio Mons. Russè il quale definì Don Spanò “ sacerdote morale, colto , ma singolare”.

Il senatore Guglielmo Marconi dal Yacht “Elettra “  il 14/04/1930 ringraziò vivamente Mons. Domenico Spanò per le cortesi espressioni rivoltegli in occasione degli esperimenti compiuti a Genova


 

CAPITANO FRANCESCO ANGELONE

 Francesco Angelone nacque a Roccaforte del Greco il 29 agosto del 1891. Era figlio di Potenziana Spanò e Giuseppe Angelone . Trascorse la sua fanciullezza nel paese natio dove, oltre ad aiutare il padre nella coltivazione dei campi, imparò il mestiere di barbiere che esercitò per poco tempo  poiché dovette partire per adempiere gli obblighi di leva. Prestò servizio militare dal  27 gennaio del 1912  al 19 agosto del 1914 presso il 26° reggimento fanteria. Il 10 luglio del 1912 si imbarcò da Napoli per raggiungere il suo  reggimento impegnato nelle azioni belliche in Tripolitania e Cirenaica. Il 19 agosto del 1913 gli venne conferito il grado di sergente con obbligo di ferma per tre anni con decorrenza dal 27 gennaio 1912. L’anno successivo fu nominato sergente maggiore per meriti di guerra. Il 19 agosto del 1914 rientrò in Italia per fine ferma. Il 23 maggio 1915, l'Italia dichiarò guerra all' impero Austro-Ungarico e 6 giorni dopo il sergente maggiore Francesco Angelone venne richiamato in servizio  e  inviato al fronte. Nel novembre del 1915  venne nominato Tenente. Il 16 giugno del 1918, durante una delle più dure e sanguinose battaglie della prima guerra mondiale la cosiddetta “battaglia del solstizio d’estate”,  il tenente Angelone  perse la vita , nel settore della stazione di Fossalta del Piave, per le ferite riportate in combattimento. Fu sepolto nel cimitero di Meolo (Ve) e venne insignito del grado di capitano. Inoltre, gli venne conferita la medaglia d'argento al valor militare con questa motivazione: Tenente 6° reggimento bersaglieri, battaglione ciclisti. Con mirabile entusiasmo e con irresistibile impeto si slanciava con il proprio plotone contro numerosi nuclei nemici che sgominava parte facendone prigionieri e parte fugandone. Continuava poi nella foga dell'assalto, disperdendo l'avversario, finché venne colpito a morte da una pallottola avversaria – Stazione Fossetta (Piave) 16 giugno 1918.. Il Capitano Angelone, sprezzante del pericolo, si distinse per decisione e ardimento in difficili e pericolose circostanze sia nella guerra di Libia che durante la grande guerra nella quale  immolò la sua giovane vita per servire con onore  la  Patria.


 

MARCO PERPIGLIA  (PARTIGIANO)

 Marco Perpiglia nacque a Roccaforte del Greco il 13 marzo 1910 da Caterina Sergi e Rocco Perpiglia. Dopo la morte della figlia Adelina, partì  insieme alla moglie Giuseppina ed entrò come ebanista all’arsenale di La Spezia, mentre la sua compagna venne assunta allo jutificio della Montecatini. Si iscrisse al partito comunista clandestino ma nel gennaio del 1937 fu costretto ad emigrare clandestinamente in Francia per sfuggire alla repressione fascista. A Marsiglia , prese subito contatto con le locali organizzazioni antifasciste, attraverso le quali, si recò in Spagna per combattere i nazionalisti del generale Franco.  Fece parte  del 4° Battaglione della XII Brigata internazionale Garibaldi, diventando presto il Segretario Provinciale aggiunto del PCI e Commissario politico della Compagnia Mitraglia. Combatté sui fronti di Brunete, Farete, Huesca, Estremadura, Almaden, Caspe e sull’Ebro, dove venne ferito alla gola. Nell’aprile  del 1939 la guerra civile di Spagna  terminò con la sconfitta della causa repubblicana e la vittoria dei franchisti.  Marco Perpiglia passò in Francia e venne internato nei campi di concentramento di ST. Cyprien, Gours e Fernet dove subì fame e sofferenze. L’8 aprile del 1941  venne  consegnato  alle autorità italiane e  fu rinchiuso per alcuni mesi nel carcere di La Spezia. Con ordinanza del 18 giugno del 1941 venne condannato dal Tribunale speciale  a 5 anni di confino all’isola di Ventotene dove conobbe molti  esponenti antifascisti  tra i quali Pertini, Terracini e Licausi.  Con la caduta del fascismo, il 22 agosto del 1943 venne liberato e ritornò a La Spezia  e riprese la sua lotta antifascista. Organizzò dei comitati sindacali insieme ad Antibagno Ballani, Otello Giovannelli, Flavio Baggiani, Anelito Barontini  e Mario Ragozzini. Con questi compagni riuscì ad infiltrarsi in tutte le fabbriche di La Spezia. Riuscì, insieme agli altri sindacalisti ad istituire cellule, organizzando scioperi per il diritto al lavoro e per la tutela del salario.   Scoperto nel gennaio ’44 venne arrestato e torturato. Liberato, poco tempo dopo raggiunse le formazioni partigiane della IV Zona operativa ligure fondando la gloriosa “Brigata Garibaldina Cento Croci”. Il 3 marzo del 1944 la moglie venne arrestata insieme ad altre attiviste per aver diffuso stampa clandestina all’interno dello iutificio dove lavorava . Liberata,  raggiunse il marito sui monti partecipando attivamente alla lotta di liberazione. Cacciati definitivamente i tedeschi 2500 partigiani della IV zona operativa ligure sfilarono per le vie della città di La Spezia applauditi da una marea di popolo. Al Palazzo della Provincia si insediò il CNLP composto da Marco Perpiglia, Arpino Onagro e Alberto Pizzirani per il PCI, il Dott. Pietro Beghi e Giovanni Bissi per il PSI, l’avv. Paolo Boraglia e l’avv. Ottorino Marcellini per la DC, il dott. Carlo Naef e il Dott. Ruggero Gambini per il PLI, il Prof. Rino Visconti e Mario Foce per il Partito d’Azione. Terminata la guerra, nelle elezioni del 1946 il PCI  gli offrì la candidatura ma Marco  Perpiglia rifiutò e scelse di rientrare in Calabria per ricostruire la Camera del Lavoro di Reggio. Tornato a La Spezia dopo alcuni mesi riprese l’attività politica e sindacale assumendo l’incarico di Segretario della Sezione del PCI “ Sud-Arsenale”. Nel 1952 insieme a centinaia di altri operai nell’ondata di licenziamenti perse il lavoro. Il ministro degli interni Pacciardi, di cui era stato commissario politico in Spagna, intervenne per aiutarlo e per  farlo riassumere  ma Marco Perpiglia rifiutò l'offerta a favore di un "un padre di 4 figli” Ricoprì ancora per pochi mesi un ruolo politico all’interno del Partito Comunista e nel ’62 decise con la moglie di tornare in Calabria. Il rientro a Roccaforte coincise con la fine della militanza politica attiva perché Marco Perpiglia si trovò spesso su posizioni  molto distanti da quelle dei dirigenti locali del PCI. Partecipò ad un Congresso Internazionale dove incontrò , dopo tanti anni, la dottoressa che gli aveva curato la ferita nella guerra civile di Spagna. Malato d’asma e con la moglie gravemente ammalata, la domenica del 23 ottobre del 1983, si tolse la vita con un colpo di pistola nella casa dei genitori . Marco Perpiglia lasciò un ricordo indelebile a tutti coloro che lo conobbero e lo stimarono per la sua fede, i suoi ideali e per i valori di giustizia e  libertà cui dedicò la sua vita.

 


 

DOTT. CARLO SGRO

Carlo Sgro nacque il 20 ottobre del 1922 da  Cento Carmela e Filippo Sgro. Frequentò la scuola elementare a Roccaforte. Proseguì i suoi studi a Reggio Calabria conseguendo la maturità classica presso il Liceo “ T. Campanella”. Nel 1947 si laureò in Medicina e Chirurgia col massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Messina. Conseguita l’abilitazione alla professione, iniziò l’attività di medico condotto interino a Roghudi  dove quotidianamente  si recava a dorso di un mulo. Dal 20 febbraio del 1953 con decreto n. 4031 esercitò a Roccaforte  le funzioni di ufficiale sanitario e di medico condotto prima come interino e successivamente come titolare dell’unica condotta conseguita a seguito di pubblico concorso. Fu nominato in esperimento con delibera adottata dalla Giunta Municipale coi poteri del Consiglio in data 7 febbraio 1956 n. 17 vistata per ricevuta dalla Prefettura il 14 febbraio 1956 con il n. 6351 e ratificata dal Consiglio comunale con atto dell’11 marzo 1956. La sua attività giornaliera, aveva inizio intorno alle ore 8.00 , ricevendo i pazienti nell'ambulatorio di via Margherita, per poi continuare con le visite a domicilio guidando nel primo periodo  una "Balilla" e successivamente una "500 ". Disponibile a  ricevere i pazienti ad ogni ora del giorno e della notte dedicò la sua operosa esistenza cercando di alleviare le sofferenze umane e quando  la gravità della situazione lo richiedeva era lui stesso ad accompagnare  i pazienti all’Ospedale di Melito Porto Salvo. In tutto il periodo in cui svolse la sua attività di medico condotto non usufruì  di un giorno di ferie.Grande appassionato di auto e moto, da giovane pensò di iscriversi alla facoltà di ingegneria meccanica ma il   padre riuscì a farlo desistere. Partecipò a due edizioni della gara automobilistica denominata “ Giro della Calabria”. Con il trascorrere del  tempo il suo garage diventò una vera e propria  officina dove passava interi pomeriggi  a discutere delle prestazioni delle auto e moto dell’epoca  e  a riparare motori con la collaborazione di tantissimi giovani del paese. Morì il 27/10/1976   compianto da tutti per la sua rettitudine e correttezza. Ancora oggi viene ricordato per la sua amabilità e l’alto senso del dovere.


 

 Articolo scritto da Francesco Palamara



 

Le origini di Roccaforte del Greco affondano le radici in un tempo lontano tanto da confondersi con la leggenda. Molti studiosi si sono occupati negli anni di questo “lembo di terra” di Calabria conducendo ricerche minuziose che hanno portato alla formulazione di tesi per lo più contrapposte ma atte ad essere tutt'ora spunto per approfondimenti e dibattiti. Nel tempo sono prevalse due tesi: quella “arcaista” secondo la quale gli abitanti dell'area grecanica sono i discendenti dei colonizzatori greci del periodo della Magna Grecia. Principale sostenitore fu il glottologo tedesco G. Rohfls che nella prima parte del secolo scorso soggiornò diverse volte a Roccaforte con il fine di cercare sul campo tutto ciò che potesse ulteriormente comprovare le sue tesi. Tra i sostenitori della tesi “bizantina” che attribuisce le origini di Roccaforte e degli altri paesi dell'area grecanica alla dominazione bizantina si possono enumerare Giuseppe Morosi, Domenico Comparetti e Cesare Lombroso. A tutt'oggi non esistono documenti certi e attendibili in grado di comprovare le varie tesi circa le origini dell'antica civiltà greca. Comunque non vi è alcun dubbio che le origini di Roccaforte siano collegate a quelle dello Stato di Amendolea di cui La Rocca (antico nome di Roccaforte) era casale. Lo Stato di Amendolea durante il periodo medioevale fu al centro di un importante traffico commerciale e militare, tra il versante occidentale ed orien­tale dell'Aspromonte meridionale. Sino al 1444 fu sotto il dominio degli Amendolea, successivamente il feudo venne ceduto ai Cardona, ai Malda, agli Abenavoli a Sylva y Mendoza . Nel 1624 venne acquistato per 56.000 ducati dai Ruffo di Bagnara. Ultimo feudatario fu il Duca Carlo Ruffo in quanto nel 1806 il feudalesimo fu abolito da parte di Giuseppe Bonaparte. Con la legge del 19 gennaio 1807, i francesi , fecero di Roccaforte un’ "Università", nell'ambito del cosiddetto governo di Bova.Tale ordinamento venne confermato quando, con decreto del 4 maggio 1811, vennero istituiti i comuni ed i circondari, e quando con legge 1 maggio 1816 venne istituita la provincia di Reggio. Con Regio Decreto n° 1795 dell’8 maggio del 1864 e su proposta del Consiglio Comunale del 26/12/1863, il Comune assunse la denominazione di "Roccaforte del Greco". Anche le costruzioni religiose come le abbazie sono state considerate un mezzo ulteriore per collegare i resti di ciò che è stato alle origini di Roccaforte. Le abbazie dell'Aghia Tradas e di S. Nicola risalenti al periodo bizantino erano costruzioni chiuse da cinte murarie abitate da monaci laici che offrivano soccorso e conforto a chi percorreva i sentieri accidentati che caratterizzavano quei luoghi. Essi si occupavano di rendere rigogliose le terre che circondavano le abbazie importando anche nuove piante dall'Oriente. Con l'istituzione della Commenda nel 1462, l'abbazia dell'Aghia Tradas per volere di Pio II divenne fattoria agricola ed ebbe diversi affidatari sino a che nel 1570 fu affidata ai canonici della Cattedrale di Bova. La storia di Roccaforte è contrassegnata nel tempo da tutta una serie di avvenimenti quali alluvioni, carestie, siccità e malattie che pur provocando dolore e sofferenza non hanno mai indebolito lo spirito dei suoi abitanti. Basti pensare alle calamità che si verificarono nella prima parte del 1600, ai terremoti del 1873 e del 1908 che provocarono molte vittime e gravissimi danni. Un altro aspetto che ha caratterizzato la storia di questo piccolo centro aspromontano è stato il fenomeno dell'emigrazione. Difatti molti sono stati i giovani che spinti dalle difficoltà economiche hanno affrontato lunghi viaggi per giungere nei primi anni del 900 sino agli Stati Uniti o in Argentina. L'esodo migratorio riprese in maniera notevole dagli anni '50 in poi verso le grandi città della Pianura Padana, specialmente quelle industriali, dove si trovava facilmente occupazione meglio retribuita presso le industrie in quel periodo fiorenti. Dagli anni settanta in poi il flusso emigratorio non fu costituito solo da operai, manovali e muratori in cerca di un futuro migliore ma anche da giovani laureati e diplomati in cerca di occupazione adeguata al titolo di studio conseguito. L’alluvione del 1972 contribuì in modo decisivo allo spopolamento pressoché totale della frazione Ghorio. Dagli anni 90 si sta verificando un costante svuotamento demografico provocato dalle crescenti aspettative riguardo la qualità della vita ( scuole superiori, problemi di salute, lavoro…..) In quest’ultimo periodo tante iniziative sono nate con lo scopo di tutelare la lingua e la cultura grecanica che rischiano altrimenti di scomparire insieme al paese. Questo rifiorire di interesse per un’area geografica a lungo dimenticata ed emarginata rappresenta forse l’ultima occasione per favorire un’inversione di tendenza a livello economico e sociale .

 Articolo scritto da Francesco Palamara

 

 

Chiesa dello Spirito Santo

 

La Chiesa dello Spirito Santo è stata costruita tra il 1930 e il 1934 dall'Anonima Costruzione edilizia diretta dall'ing. Vittorio Francescone. Progettista e direttore dei lavori fu l'ing. Ernesto Giardina. Per la sua realizzazione si prodigò moltissimo l'arciprete Domenico Spanò. Dal racconto di qualche anziano è emerso che il progetto della chiesa fosse stato realizzato per un altro paese ma che Don Spanò sfruttando un errore relativo alla denominazione del paese riuscì ad accaparrarselo. Sulla facciata con timpano, si notano una serie di lesene dotate di capitello composito. Il portale presenta un timpano a lunetta spezzato. L'interno è decorato da una serie di colonne di graniglia dotate di capitello. La parete dell'abside è caratterizzata da una balaustra e da tre finestre ad arco con vetri colorati. Sulla parte posteriore si trova un campanile sopraelevato. Sono custodite le statue di San Domenico, San Pio, S. Antonio da Padova, san Giuseppe, San Giovanni Bosco e della Madonna di Pletea.

 

 

 

 Chiesa di San Rocco

 

Edificata nel XVI secolo. In quel periodo l'altare era in muratura ordinaria  e il tabernacolo era piccolo; i  candelieri erano di legno argentato ed l'ombrello che copriva l'altare era di seta locale . Vi erano tre altari: del Carmelo, di S. Caterina, di S. Rocco  che sorgevano dentro piccole cappelle.La cappella del Carmelo era stata costruita per devozione di  Fonte Squillace il quale   vi aveva inserito anche un altarino con l'icona del Rosario. Quella di S. Caterina era mantenuta dalle famiglie Alagna e Squillace. Vi era un 'immagine assai vecchia di S. Caterina; ma la cappella era interdetta al culto e le messe per l'anima di Pompeo Squillace venivano celebrate all' altare maggiore. Di recente ristrutturata,  ha una struttura a capanna e all’interno ha unica navata con una grande volta. Sull’altare vi è una statua di marmo bianco  che raffigura la Madonna delle Grazie. La statua risale al 1600 ed appartiene alla scuola del Gagini. Sono custodite le Statue di San Rocco, del Sacro Cuore di Gesù e di Santa Lucia.

 

 

 

 

 Chiesa della Torre di Pletea

 

Fu edificata nel XII secolo in sostituzione di quella   adiacente il Convento basiliano. Nel 1462 venne data a Giovanni Gregorio de Bertrand morto il quale, venne affidata nel 1533 al cardinale Cristofaro Iacovacci. Successivamente  la  Chiesa di S. Maria di Pletea venne assegnata a Pietro Antonio Blanca. Nel 1570 venne affidata  a Pompeo Parisio. Successivamente  venne data  definitivamente ai canonici della cattedrale di Bova. Nel XVI secolo  diventò la cappella privata della famiglia Tripepi. La chiesetta ha una sola navata con piccola abside e il campanile  è a forma di vela.. Sopra la porta  è sistemato lo stemma della famiglia Tripepi   che sovrasta la data: D.D.T.B./1735. Sul paliotto dell’altare è fissato un piccolo stemma composto  a sinistra da dei grappoli d’uva, in alto  da tre stelle e una mano con un compasso mentre a destra  da una torre tra due alberi. Custodiva una particolare Madonna realizzata in legno  che ha dei capelli biondi e indossa un abito bianco. Attualmente la statua  è stata spostata presso la Chiesa dello Spirito Santo

 

 

 

Chiesa dell’Assunta

 

Completamente ristrutturata  qualche decennio fa, presenta una struttura irregolare affiancata da un campanile cuspidato a base rettangolare. Nel 1859, per iniziativa dei Baroni Tripepi, il Vescovo Cappuccino Fra Dalmazio eresse a parrocchia autonoma la chiesa di Santa Maria Assunta dividendola da quella dello Spirito Santo di Roccaforte. Il Re Ferdinando II con una lettera firmata dal ministro Lanza confermò tale autonomia

 

 

 

 

 

Monumento ai caduti

 

Il Monumento ai caduti delle due grandi guerre  sorge  lungo la Via Provinciale.  Il numero  complessivo dei caduti  e dispersi durante le due guerre mondiali, riportati sulla lapide, è di 56 soldati . Costruito negli anni ottanta dall’amministrazione comunale , la scultura raffigura un fante, con fucile caricato sulle spalle, che regge un compagno d’armi colpito a morte. Ogni anno, il  4 novembre, si svolge la commemorazione ai caduti, per non dimenticare  chi sacrificò la sua vita per la Patria

 

 

 Poesie della Sig.ra  Antonia Spanò  cittadina roccafortese  residente a Roma

( ATTENZIONE! Le poesie  sono coperte dal diritto d'autore. Ne è quindi vietato l'uso in altri siti e pubblicazioni in genere se prima non si è ottenuta l'autorizzazione da parte dell'autrice.)

Roccaforte del Greco

Terra, mia terra selvaggia,

arsa da sole cocente

solchi che gridano rabbia.

Alla rugiada che scende

alla rugiada che passa

sopra le foglie sporgenti

e che non penetra fonda

dentro le zolle bollenti,

per dare vita a quei semi

dentro la terra dormienti

chicchi che aspettano invano

di diventare frumenti

ecco che arriva la pioggia

ma si trasforma in torrenti

scava travolge quei semi

e non rinasce più niente

 

 

Il mio borgo

Borgo antico, borgo spento

senza un tenero rintocco di campane

senza voci di bambini

senza cani

senza vecchi zampognari per Natale

senza voci di comari quando è sera

senza odori di castagne né di pane

Borgo spento e consumato

come luce di candela

che resiste finché un alito di vento

non arriva e vi spegne ogni speranza

ecco è sera!

Calabria mia

La mia Terra, la mia selvaggia

e splendida Calabria,

il sole è sempre nuovo

te lo senti sulla pelle

come una carezza d’angelo.

La luna è di neve,

il cielo è di fuoco tanto è coperto di stelle.

L’aria è limpida la respiri

ti entra nelle vene

e ti ristora l’anima.

Il profumo di gelsomini e di zagare

ti stordisce dolcemente.

Chi non conosce la Calabria

non è in pace con Dio.

Non sa cosa ha saputo fare la natura.

La gente è semplice, cordiale, dignitosa.

Le donne altere nella loro semplicità.

I loro occhi sono grandi

e profondi come i laghi della splendida Sila

Occhi che sanno cos’è la povertà, il lavoro,

occhi che piangono quando il destino li ferisce

ma che tornano a sorridere

e a guardare lontano

non appena la bufera si allontana.

Le mie fiumare

L’arido letto delle mie fiumare

ricorda l’acqua che l’ha accarezzato.

Sassi lucenti modellati a mano,

qualche piccolo seme

germogliato grazie all’antica acqua

che ha bevuto.

Una ranocchia saltella sperduta

cerca il compagno che l’arsura ha ucciso.

Un passerotto dall’aria malata

perde le piume e cinguetta smarrito.

Fiumara bianca che separi i boschi,

nastro d’argento che vai verso il mare

a questo mare porti solo sassi.

L’acqua tua pura l’hai lasciata andare

tra le pozze del tuo lungo cammino

ed ogni estate è questo il tuo destino.

Ecco l’inverno e tu diventi grande,

torna a scorrere l’acqua tra i tuoi sassi,

raggiungi con impeto il mare

e come amante che arriva da lontano

col cuore in gola per la folle corsa

ti tuffi fresca tra le onde chiare

 ma la dolcezza tua diventa sale

Roccaforte del Greco

Il mio paese

presepe e calvario

arrampicato sulle rocce

quasi un presepe.

Pastori per le strade

come un presepe,

Paglia nelle campagne

come la capanna del presepe.

Donne che adorano i figli

come la Madonna del presepe.

Vecchi curvi

come San Giuseppe del presepe.

Zampognari stanchi

che suonano le nenie di Natale.

Madri con le lacrime negli occhi

salutano chi parte per lavoro.

Una lettere arriva da lontano,

tuo figlio è morto dentro una miniera.

Tutta la gente accorre

si stringe intorno ad una madre  che trema.

Così il Presepe diventa Calvario,

con cento, mille croci

e sulle croci è scritto: Povertà!

Casa di pietra

Casa di pietra che resisti al tempo

qualche ruga solca la tua fronte

nevica sui bruni tuoi capelli

e c’è il peso degli anni sui tuoi fianchi

ora hai paura di restare sola

gli amici tuoi sono lontani ormai

e il letto con le candide lenzuola

è là che aspetta chi non arriva mai

non aspetta chi non arriva mai

non aspettare più casetta mia

da te non torna l’ospite gradito

e se tornasse con la fronte stanca

pietà ne avresti vedendo sfiorito

ed al ricordo degli anni migliori

a stento noteresti il suo sorriso

e la gaiezza delle primavere

trascorse tra le bianche tue pareti

se torna adesso quel tuo stanco amico

tutto il sorriso si trasforma in pianto

e forse da una lacrima che cade

a primavera potrà sbocciare un fiore

Casa mia

 

Mia vecchia casa,

ho nostalgia di te.

Ricordo con amore ogni angolo,

ogni cosa.

Il fuoco del camino

i vetri appannati

attraverso i quali guardavo

il volteggiare festoso dei fiocchi di neve.

L’odore delle cose semplici

che la mamma preparava

per la vorace fame di noi bambini.

L’allegro rumore degli zoccoli

sui pavimenti di legno.

Il balcone traboccante di gerani e basilico.

e tanti, tanti altri ricordi

impressi nella mia mente

Che nessuno potrà cancellare.

ora sei sola, tutto è silenzio,

tutto è spoglio.

Ti chiedo perdono

per il mio forzato abbandono.

Sono lontana, ho una casa più bella,

però casa mia sei sempre tu.

E’ te che penso quando dico:

casa mia, piccola vecchia casa di paese.

E’ da te che vorrei correre

nei momenti di tristezza

per trovare un po’ di pace

nel tuo abbraccio

quella pace fatta di piccole cose

che qui non riesco a trovare.

Ti abbraccio casetta

e tu accogli la mia pena

la pena di chi ti ha dovuto lasciare

perché la vita ha voluto così.

La pena di chi partendo credeva

di trovare il Paradiso

e non capiva

che il Paradiso eri tu.

La mia fiumara

 

Scorri ancora mia vecchia fiumara

a te il tempo non fermerà i passi

la tua strada cosparsa di sassi

guida l’acqua che va verso il mare

corri, corri il mio sguardo ti segue

a te affido le gioie e i dolori

porta in mare l’amaro del cuore

che si sciolga così come il sale

e con l’onda dell’alta marea

meno amaro a me fallo tornare.

 

Nostalgia

 

Terra lasciata negli anni migliori

con la speranza di fare fortuna

Terra lontana rimani nel cuore

i tuoi tramonti non posso scordare

ed i tuoi campi coperti di fiori

notti serene mi fanno sognare;

la nostalgia travolge la mente

vedo passare la vita che fu

ed ogni giorno ricordo la gente

che mi fu amica e non vedo più

Terra, mia terra radice di vita

quanti ricordi custodisci tu

ricordi cari e rimpianti infiniti

di un tempo andato che non torna più.

 

Canti di Roccaforte del Greco raccolti nella primavera del 1873 da Giuseppe Morosi

 

Puccati’ s tim bortasu erisa to lucchio

Ola ta passemmena ta sdimmonia.

I umbra i dikisu m’epiae ndo lucchio,

c’ego esuperespa ola ta demonia.

Ma sirma pu su mo’ piae to lucchio,

en ganni ja mma plene i cerimonia:

m’edese ja panda esu me tundo lucchio,

ja na schiattespun’ ola ta demonia

Dacchè alla tua porta gittai l’occhio,

tutte le cose passate le dimenticai.

L’ombra tua mi ha preso dall’occhio,

ed io superai tutti demoni.

Ma subito che tu mi hai preso l’occhio,

non fanno più per noi le cerimonie.

Mi legasti per sempre tu con codesto occhio,

acciocchè crepino di dispetto tutti  i demoni

Na mi kamise dubbj apanu’ s emmena,

ti o logose o dikommu de mmanchégui;

pisteguo t’imme fermose olo essenza;

danese ta penserimu piscegui.

Ta sitadriamu ene ola delemmena,

ma enammu oftrò perseguitégui;

sitarimmu ise esu, pu kannija mmena;

oftrommu e ccino pu se pretedegui.

Non far dubbi sopra di me,

che la mia parola non fallisce,

credo di essere fermo tutto in te;

nessuno i pensieri li pesca.

Il mio grano è tutto ricolto,

ma un mio nemico mi perseguita:

il mio grano sei tu, che fai per me,

il mio nemico è colui che t pretende

Essu ja agapi i dikimmu ise ossu,

c’ego an dom batri en ekho libertati.

Sa a prama dependégui ase tossu,

e ssonnise kratine iniquitati.

e ssoise trattenespi akomin' ossu,

 forci alarghéguusine i scelerati;

ce sirma sirma me porise ambrossu,

ce totem u ngrnizzi im buluntati

Tu per amor mio sei dentro,

ed io da mio padre non  ho libertà.

Quando la cosa dipende da tanti,

non la puoi ritenere una iniquità.

Se puoi trattenerti ancora dentro,

forse si allontaneranno gli scellerati;

e subito subito mi vedrai innanzi a te,

e allora mi conoscerai la volontà.

Tote s'afinno sane pu apepeno,

ce pio se kanundi, ton ghiìjeo khanni:

a su plategui kané dopu ti apepeno,

ingiuriane emmena mu den ganni.

'gò sperèguo dipoi ti imme khumeno,

nemmenu na mu kamisen' anganni;

'ce pos ego essena imme demeno,

emmena éhji na pari ola ta affanni.

Allora ti abbandonerò quando sarà morto,

e chi  ti guarda il suo tempo perde:

se ti parla qualcuno dopo che io son morto,

ingiuria a me non me ne fai.

io spero che nemmeno dopo che io sarò sepolto,

tu non mi farai inganni;

e come io a te sono legato,

a me mi hai da levare tutti gli affanni

 

 

Poesie di Don  Domenico Spanò

 

A mia madre

Donna altera, di carattere forte,

Spesso cedente nell’umiltà preziosa,

Modello di bontà fino alla morte

Prudente ti mostrasti e degna sposa

Di dodici figlioli, che la sorte

Non aiutò, né fu lor generosa,

Io sono il primo, che bussai sue porte,

A cui s’apriron di luce giocosa

Lottai per la giustizia e con la morte

Per la Gran Religione misteriosa,

ti riconosco tra le donne accorte

 Qual dolce madre di virtù radiosa

E come nutro affetto al Creatore

Così ti consacrai rispetto e amore!

Alla Madonna

Vergine bella, Madre del dolore,

Tu che soffristi più d’ogni mortale,

purifica, Ti prego, questo core

e fa che sempre in alto spinga l’ale

Legarsi a questa cosa vale?

Passano via gli anni e solo poche ore

Restan di vita e pur si vivon male.

Chi serve Te, non soffre e neppure mo

Tu mi guidasti nelle più ardue imprese,

tu confortasti l’alma mia confusa

e perdonasti pure le mie offese

Conservami il Tuo amore e la mia Musa

Or Ti consacro e resto nel paese

Per innalzarti un tempio in valle o

Quel tempio chiamerassi Santa Maria

Deh! Sorreggimi per farlo; Ave Maria!

      

Sulle rovine di Messina

Albe serene, di Sicilia vanto

Albe gioconde luminose e care,

Un’altra di terror, alba di pianto

spuntò dal mare.

Eran giardini dalle vaghe aiuole,

Cui fè natura d’ogni grazia dono,

Eran ville qua e là splendenti al sole

E più non sono.

Eran bimbi vezzosi, eran donzelle,

Erano marinai gagliardi e forti,

Avvezzi a superar nembi e procelle

E pur son morti.

Reduci a sera dal gran mare iroso

Entro il rifugio del paterno ostello,

Non già il dolce trovar blando riposo,

Bensì l’avello.

Invan brillava il ciel puro e sereno.

Invan fiorian gli aranci all’onde accanto,

Di sì ridente plaga in un baleno

Finì l’incanto.

Italia mia! Fra le crollate mura.

Tra mille e mille sanguinanti fosse,

Oh, se plorar l’immensa tua sventura

Dato mi fosse!

Pianger vorrei sui ruderi temuti

Dell’alma carità ergere la face,

l’ossa raccor dei miseri caduti,

Vedrà l’aurora.

E sia! Se dalla polve sparsa al vento

Rinasce un fiore, dalla tua ruina,

Plaudente Italia a si solenne evento,

Sorgi Messina!

Se nell’Italo ciel manca una stella,

Stella scomparsa fra gran lutto e duolo,

Torna a far lieto di tua luce bella

L’Italo suolo.

Ai soldati d’Italia

Prodi soldati, vittoriosi e forti,

Che per l’onor d’Italia al fronte andate,

Io vi saluto e lodo. I nostri morti

Vivono per le genti liberate

Dal vergognoso giogo degli Asburgo

Che han sempre vilipeso e angariate

Nostre regioni. Ormai dal sonno surgo

E vi scongiur perché le vendichiate.

L’Italia lo stranier mai sopportò;

Avanti sempre, perder non si può!

Terribile è la guerra, ma gli effetti

Mirabili saranno e dico il vero:

Scompariranno due regnanti inetti,

Il Turco e poi l’Austriaco, che più nero

D’iniquità mostrò d’avere il cuore.

Domato pur sarà il superbo impero

Germanico; novella dolce aurora

Roma vedrà, splendor del mondo intero.

E il suo Re con l’Esercito forte

Che degno militar, sfida la morte,

Va sempre avanti per virtù e valore,

Va sempre avanti al posto dell’onore.

 

Alla Santa Vergine

Vergine Madre, che soffristi molto

Per gli spasimi atroci del Tuo Figlio,

Solo per tuo voler non fui sepolto

Ed ho scansato l’orribil periglio.

Nella mia vita mi son sempre volto

A te nei dubbi immani per consiglio

E, del vizio comun rimasi sciolto,

Amando sopra ogn’altro il Tuo bel Figlio.

Ebbi gran fede nella Tua clemenza,

Amai giustizia senza paragone

Al prossimo mostrai benigno il viso.

Spesso mancai di tatto e di prudenza

Come Ministro della Religione,

ma spinsi sempre tutti al Paradiso.

 

 

Poesie di Pietro Sgro

 

( ATTENZIONE! Le poesie  sono coperte dal diritto d'autore. Ne è quindi vietato l'uso in altri siti e pubblicazioni in genere se prima non si è ottenuta l'autorizzazione da parte dell'autore.)

 

Vunì (Il paese sulle rocce)

T'ergi supremo su poderosa roccia,
ove antico ellenico lasciò traccia:
in faccia, lingua e gesta
e domini la terra, il cielo e il mare.
Spopolato ancor resisti su quella vetta,
ove brezza incontra tramontana
e il pensiero vola a ricordi lontani....
L'ultimo asino gironzola da solo,
tra viuzze deserte,
quasi a cercar compagno
con cui divider disoccupato impegno.
Quella commare, vanto di bellezza,
ch'ai più facea girar la testa
adesso è sola:
senza braccia forti, ne sguardi
ch'occhi facean brillar.
La brezza cede il passo a tramontana,
infreddolito cerco un focolare:
è senza legna, ma scalda ancora,
memore di quel calore ch'umano ivi lasciò.
Prima neve comincia a fioccare,
ultime bestie lasciano pascoli e sentieri;
e io ritorno a sognare,
avvolto tra nuvole, neve e pensieri

 

 

 

Festa di San Rocco

Notte e brezza avvolgono notte d'Agosto
festa sta per finire,
ultimi suoni ritmano cuori e anime migranti,
che tradizione offre a figli,
di sta terra quasi dimentica.

Genti si ritrovano in scenario unico,
che natura volle:
col fiume che scorre a valle,
e buie rocce immobili a guardiania
di borgo che lotta per non perir.

Tre bandiere a simboleggiar Italia,
un carabiniere l'istituzione,
na tarantella per tradizione
e giovani figli a rappresentar futuro;
mentre canute ciocche,
rievocano antiche memorie.

La festa si chiude, pregando il Santo devoto
per l'anno a venire,
con gli occhi insù a magici giochi,
che illuminano notte e speranze migliori

 

 

 

 

 

 

Vocabolario  di  Tommaso Morelli

dal libro “Cenni storici intorno alle colonie greco-calabre”. Anno di pubblicazione 1847

GRECO-CALABRO

ITALIANO

Achero

Paglia

Afanatos

Morte

Aguglia aguglia

Piano Piano

Alati

Sale

Alevri

Farina

Alidia

Veramente

Alidia

 Vero

Alogo

Cavallo

Alupuda

Volpe

Amigdala

Mandorla

Ananghi Anghios

Armadio

Andera

Intestini

Andraro

Uomo

Anezio

Nipote

Anguria

Cetrioli

Apidia

Pere

Apocamiso

Camicia

Apsari

Pesce

Arcos

Principe

Armatomenos

Armato

Artia

Orecchio

Asimi

Argento

Aspra

Danari

Aurivia

Carestia

Bachidia

Rame

Bozzugna

Bottiglia

Cacò na sorti

Ti venga un male

Cacòs cheros

Maltempo

Cafè

Caffè

Calamia

Canne

Calì nieta

Buona notte

Calimera

Buongiorno

Calispera

Buonasera

Calogria

Monaca

Caloieros

Monaco

Calòs

Bene

Camelia

Nebbia

Canela

Cannella

Capara

Capperi

Capelo

Cappello

Capnòs

Tabacco

Caravi

Bastimento

Cardia

Cuore

Carfì

Chiodo

Caridia

Noci

Carocla

Sieda

Cartì

Carta

Carvuna

Carboni

Castana

Castagne

Catregaris

Briccone

Catrego

Galera

Catu

Botte

Cazagni

Caldania

Caze chi

Siedi là

Cefali

Testa

Cherasia

Ciliege

Cherato

Corno

Chioni

Bue

Chiri

Mano

Chitria

Cedri

Ciculata

Cioccolata

Cilia

Ventre

Clostì

Filo

Coconos

Gallo

Cofoxilea

Legno di sambuco

Colochida

Zucca

Colochides macries

Zucche lunghe

Colos

Podice

Condà

Vicino

Condilia

Penne

Coracos

Corvo

Cortari

Erba

Cossito

Merola

Cozzida

Tigna

Cozzidaris

Tignoso

Creas

Carne

Cremidia

Cipolle

Crevati

Letto

Cridari

Orzo

Crisosi

Oro

Critis

Giudice

Cuchia

Fave

Cutales

Cucchiai

Dactilidi

Anello

Dactilo

Dito

Damaschina

Prugne

Dendro

Gelso

Dendros

Albero

Devtera parusia

Giorno del giudizio

Dicatera

Figlia

Dixa

Sete

Dufechi

Archibuso

Dulos dapinos

Servo umilissimo

E la do

Vieni qui

Eclisia nacusi lutraià

Chiesa da ascoltar messa

Elies

Olive

Fachi

Lenticchie

Fanari

Lanterna

Fasuglia

Fagioli

Fengari

Luna

Fira

Porta

Flastimaris

Bestemmiatore

Forada

Giumenta

Fotià

Fuochi

Ftonos

Invidia

Furines

Frittole

Furnaris

Fornaio

Furnos

Forno

Fusechia

Coltelli

Gaidaros

Somaro

Garneddo

Giubbetto

Gata

Gatta

Ghidi

Capra

Glica

Dolci

Gonato

Ginocchio

Goni

Neve

Grafogna

Braccia

Grunis xighi

Sugna

Guma

Terra

Ialià, Cupes

Bicchieri

Ielechi

Camiciola

Iinica

Femmina

Ilio

Sole

Imera

Giorno

Intendentis

Intendente

Iòs

Figlio

Ischio

Ombra

Isoma

Piano

Julia

Fiori

Lagana

Minestra

Lagano

Cavolo

Lagòs

Lepre

Larga

Distante

Lemogna

Limoni

Licos

Lupo

Liddà

Sorella

Liddè

Fratello

Lidori

Pietra

Lignari

Candeliere

Lucanica

Soppressata

Lucchi

Occhi

Lucisi

Fuoco

Malacrisi

Pomodoro

Malià

Capelli

Mandili

Fazzoletto

Margaritari

Pietra preziosa

Maruglia

Lattughe

Matià

Occhi

Matraca

Materasso

Melani

Inchiostro

Merada

Finocchi

Mesali

Tovaglia di tavola

Metin alidia

In verità

Metrai

Contare

Metros

Misura

Milo

Mulino

Mittì

Naso

Miziura

Massaro

Mugnì

Vulva

Mulari

Mulo

Mulari filicò

Mula

Mura

More

Neranzia

Aranci

Nerò

Acqua

Ngrasi

Vino

Nichi

Pigione

Nifi

Sposa

Ora calì

Buona ora

Ornida

Gallina

Paluchi sideregno

Palo di ferro

Pame na fame

Andiamo a mangiare

Pame na piume

Andiamo a bere

Pame to crevati

Andiamo a letto

Papàs

Prete

Papuzia

Scarpa

Paradivo

Finestra

Partenos

Vergine

Pasta

Pasta

Pastrema

Scopa

Pelago

Mare

Peponi

Meloni

Perifania

Superbia

Perifanos

Superbo

Perivolaris

Giardiniere

Perivoli

giardino

Petroselino

prezzemolo

Piata

Piatti

Pigadi

Pantano

Pina

Fame

Piperi

Spezie

Pipreries

Pepi di acqua

Pirgo

Palazzo

Pirugna

Forchette

Pistiola

Pistola

Pitura

Conigli

Pizzugni

Colomba

Podì

Piede

Poitis

Poeta

Poitis

Poeta

Pondichia

Sorci

Pondicò

Sorce

Presidentis

Presidente

Proto Critis

Primo eletto

Provata

Pecore

Provati

Cammina

Provato

Pecora

Psalidia

Forbici

Psaròs

Pescatore

Pseftia

Bugia

Pseftis

Bugiardo

Psigrada

Freddo

Psofos

Morte bestiale

Psolì

Membro

Psomì

Pane

Psora

Scabbia

Ptinia

Abbondanza

Pulli

Uccello

Raftis

Sarto

Ritoras

Avvocati

Rodachina

Nocipesche

Rosolì

Rosolio

Sacugni

Paglione

Salassa

Mare

Salivari

Briglia

Sannida

Tavole

Sapugni

Sapone

Scalefira

Zappa

Scamni aposidero

Scanni di ferro

Scara

Graticola

Scatà

Escremento

Schepi

Coperta

Schigni

Corda

Scilli

Cane

Scillo

Cane

Scordo

Aglio

Scoti

Fegato di maiale

Scotidi

Notte

Scuffo

 Beretta

Sculli

Collo

Senduchi

Cassa

Sica

Fichi

Sicaminò

Gelso

Sicati

Fegato

Sidero

Ferro

Signenex

Cognata

Signeni

Cognato

Sindoni

Tovaglia

Sire chi

Va là

Sitorì

Grano

Spadi

Sciabola

Spicoma

Spago

Spiti

Casa

Stafiglia

Uva

Stari

Tela

Stennato

Caldaia

Stivaglia

Stivali

Stochia

Miseria

Stoma

Bocca

Stratiotes

Soldato

Strose to trapezi

Accomodar la tavola

Suleri

Scarpa

Sundaca

Sindaco

Surva

Sorbe

Suvli

Spiedo

Tamburlo

Tamburo

Tavugli

Tavolino

Ti canis

Che fai

Tichì

Fontana

Tigani

Padella

Tirì

Formaggio

Tomari

Barda

Trapezi

Lenzuolo

Triandafila

Rose

Tripodi

Treppiede

Trome

Mangiamo

Tuvaglidi

Tovaglia di faccia

Tuvaglidi

Salvietta

Usceris

Usciere

Vambachi

Cotone

Varca

Barca

Varea

Vento

Varveris

Barbiere

Velogna

Aghi

Vivlio

Libro

Vrachia

Calzoni

Vrachieri

Braciere

Vudi

Bue

Vuturo

Butirro

Xidi

Aceto

Xila

Legna

Xilo

Legno

Zacari

Zucchero

Zangaris

Calzolaio

Zesta

Caldo

Zibuchi

Pipa

Zicagli

Pignatta

Zicchinia

Camicia

Zivali

Sacco

Zoca

Panno

Zucca

Pignatta

NUMERI

Ena

1

Dio

2

Tria

3

Tessara

4

Pente

5

Exì

6

Eptà

7

Octò

8

Ennea

9

Deca

10

Endeca

11

Dodeca

12

Decatria

13

Decatessara

14

Decapente

15

Decaxe

16

                             Decaptà

17

Decoctò

18

Decannea

19

Icosì

20

 

 

 

 

 

Valli e montagne scalasti affamato,

uomo del sud desolato;

da famiglia lontana avesti l'amore

per combatter lo straniero seppur con dolore,

con mitra in spalla e pietà nel cuore.

 

Amasti tanto la Lunigiana,

da portar moglie in terra lontana,

ma grande fu la tua dignità

per conquistar la libertà.

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O bona genti cu' cantu sentiti

di st'armi nostri affritti scunzulati.

A cu' di nu' vi spia, genti, diciti:

- Scindiru a li marini i sbinturati

E sta' canzuna è ditta chiani chiani

E sempre notti a ceu 'nci manca 'u pani!

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Si sono concluse le attività sociali del Circolo Culturale  Paleaghenea per l’anno 2012, con l’incontro del 20 Dicembre presso il Centro Ellenofono di Roghudi, che oltre a fare un consuntivo delle attività sociali, è servito anche per lo scambio degli auguri per il Santo Natale e per il Nuovo Anno. Durante l’incontro è stato consegnato a tutti i soci e ai simpatizzanti il calendario Paleaghenea 2013. Presenti all’incontro oltre ai Soci, molti parlanti ed esperti in lingua greco-calabra fra cui il Prof. Salvatore Dieni, il Prof. Filippo Violi e il Rag. Lorenzo Siviglia. Il presidente Mario Maesano, ha fatto  un resoconto sulle attività svolte nell’anno 2012, esprimendo la sua soddisfazione per la piena  riuscita del corso di formazione “La lingua, la storia e la letteratura dei greci di Calabria dalla Magna Grecia ai giorni nostri,  nel quadro della tutela delle minoranze” della durata di 162 ore, in collaborazione con l’Università per Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria, precisando che hanno conseguito il titolo ben 26 studenti.

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