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Storia e cultura

I romani, ad imitazione dei greci, a partire dal II secolo cominciarono a costruire orologi solari, le meridiane, e orologi ad acqua, le clessidre. Prima, per misurare il trascorrere del tempo, ci  si basava sulla posizione del sole. Un suono di trombe, quando il sole era alto nel cielo, annunciava al popolo il mezzogiorno. Il periodo di luce fra l’alba e il tramonto, il giorno, era suddiviso in dodici parti, chiamate ore. La notte comprendeva quattro frazioni di tempo, dette vigilie, corrispondenti alla durata di un turno di guardia per le sentinelle. Le vigilie  erano fissate lasciando bruciare candele di una lunghezza precisa. Secondo il calendario introdotto dal re Numa Pompilio, i mesi dell’anno erano dodici. Il primo mese era marzo, consacrato a Marte, dio della guerra, perché con l’arrivo della primavera si dava inizio alle campagne militari. Settembre, ottobre, novembre, dicembre erano rispettivamente il settimo, l’ottavo, il  nono e il decimo mese dell’anno e da ciò deriva il loro nome, che perdura ancora oggi. Il calendario era affisso sui muri dei templi  e i giorni erano segnati da una lettera: F (fasto), N (non fasto), C (comiziale, giorno in cui si tenevano assemblee). Nei giorni fasti era possibile intraprendere nuove attività, mentre nei giorni non fasti era meglio non cominciare lavori nuovi, non godendo del sostegno degli dei. I mesi seguivano il ciclo lunare. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (luna nuova) ed era chiamato calende, da cui il nome calendario; il plenilunio (luna piena), verso la metà del mese, era il giorno delle idi, consacrato al dio Giove; fra le calende e le idi cadevano le none, nel giorno in cui appariva il primo quarto. Per indicare un giorno del mese, i romani contavano indietro a partire dalle calende, none, idi del mese successivo. Ad es., il 24 febbraio (mese di 28 giorni) era il sesto giorno prima delle calende di marzo. Si contava così: 1 marzo (calende di marzo), 28 febbraio, 27 febbraio, 26 febbraio, 25 febbraio, 24 febbraio  =  sei giorni. Soltanto nel VI secolo d. C. questo metodo fu sostituito dalla numerazione in avanti. L’anno basato sui cicli della luna è più corto di 11 giorni e un quarto rispetto all’anno solare (il tempo impiegato dalla terra per compiere un giro intorno al sole), perciò il calendario romano restava indietro rispetto al sole e la differenza aumentava di anno in anno.Al tempo di Giulio Cesare i mesi non corrispondevano più alle stagioni: quando il calendario segnava marzo, il grano era già maturo ed era ora di mietere, quando si celebravano i sacrifici contro la siccità era ancora inverno e la neve imbiancava la campagna. Per rimediare a ciò, nel 46 a.C., Cesare affidò a Sosigene, astronomo di Alessandria d’Egitto, l’incarico di modificare il calendario. Dopo la riforma i mesi ebbero il numero di giorni che conservano anche oggi, l’anno cominciò il primo gennaio e si allungò a 365 giorni (366 ogni quattro anni). Per tornare in pareggio, fu necessario aggiungere all’anno 46 ben tre mesi supplementari.Gli anni di 366 giorni furono chiamati bisestili, perché il 24 febbraio (il sesto giorno prima delle calende di marzo) veniva contato due volte, da ciò il nome: bis = due volte, sextus = sesto giorno.Per indicare gli anni i romani citavano i nomi dei due consoli in carica per quell’anno, dicevano ad es. “sotto il consolato di… e di…”. Verso la fine della repubblica venne fissato un punto di partenza per il conto degli anni, scegliendo il 21 aprile 753 a. C., data della fondazione di Roma; a partire dal VI secolo, il tempo venne scandito a partire dall’ anno della nascita di Cristo. Il calendario giuliano, risalente a Giulio Cesare, era ancora in vigore nel Cinquecento. Secondo quel calendario, l’anno durava 365 giorni (366 negli anni bisestili) L’anno solare in realtà è più breve di 11 minuti e 9 secondi circa. Lo scarto era minimo, ma col passare dei secoli aveva portato a una differenza di  10 giorni fra il calendario e le stagioni. Nel 1582 papa Gregorio XIII nominò una commissione di esperti, di cui fece parte il calabrese Luigi Lilio, medico, astronomo e matematico, nato a Cirò (Crotone) nel 1510, il quale può essere considerato il geniale ideatore della riforma del calendario gregoriano. Per sistemare il calendario giuliano furono usate le misurazioni dell'astronomo Niccolò Copernico, pubblicate nel 1543,  il quale era riuscito a calcolare, con notevole precisione, sia l'anno tropico (indica la durata intercorrente fra due passaggi successivi del Sole allo Zenit di uno stesso tropico, cioè fra due solstizi od equinozi dello stesso nome) che l'anno siderale (il tempo che la Terra impiega per effettuare il suo giro attorno al Sole). Vennero soppressi dieci giorni dell’anno in corso, per cui al giovedì 4 ottobre seguì il venerdì 15 ottobre.  Venne anche stabilito di non considerare bisestili tutti gli anni iniziali di ogni secolo, così come prevedeva il calendario giuliano, ma solo quelli divisibili per 400 (ad es., il 2000 è bisestile mentre non lo sono il 1900 e il 2100). Il calendario gregoriano è oggi in vigore in quasi tutti i paesi del mondo.

(*) ricerca a cura di  Mimmo Codispoti

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