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Storia e cultura

Un giorno, come tutti gli uomini di questo mondo, anche noi siamo stati bambini. Tanti di noi nacquero al buio e molti, anche dopo, al buio rimasero, nonostante un’illuminazione a giorno di strade e vie, di negozi e case. Le abitudini, si sa, spesso divengono costume delle anime.

 Fummo allevati senza omogeneizzati, non conoscemmo le passeggiate in carrozzella - mancavano assieme alle strade asfaltate - né il bombardamento delle radio, libere di lasciarsi andare allo sproloquio, la "sveglia" telefonica, la "cattura" televisiva. La nostra acqua era corrente fra la casa e la fontana pubblica, sgorgando da quel viso apotropaico, minaccioso più per noi che per gli spiriti maligni; piangevamo più per la mancanza che per la scelta dei giocattoli; venivamo, pur strillanti, mandati all’asilo e alle elementari con l’invito al maestro, da parte della famiglia, di essere bravo a soffocare con la verga qualsiasi manifestazione di libertà espressiva e comportamentale; venivamo spinti ed incoraggiati a scoprire il senso della vita partecipando ai lavori nei campi, ai lavori domestici, ai lavori dell’attività paterna, assistendo prima, e poi allontanati, alla "festa" dell’uccisione del maiale, che, "per colpa della nostra sofferta partecipazione", tardava a morire, dissanguandosi.

Poi c’era, lo ricordo ancora, un uomo strano, che portava sempre dei libri con sé, che ci riuniva, a gruppi, due volte al mese, alla stessa ora, all’ombra di un faggio, e ci raccontava, usando una lingua diversa dal dialetto, dei viaggi di Ulisse, delle imprese di Achille, di Enea, dell’eroismo di Orlando e dei Paladini di Francia. Un giorno, prima di andare via, dopo che qualcuno aveva tagliato quel faggio, lo ricorderò sempre, ci raccontò di don Chisciotte.

Crescemmo col pensare che quella via, che chiamavano, storpiando la pronuncia, via Palla, fosse al centro del mondo, senza aver conosciuto Tolomeo. Lo so, fummo privi di tutto, ma non della fantasia, dei sogni, del desiderio di scoprire e cambiare il mondo, della facoltà di arrossire e meravigliarsi.

Anche noi, comunque, abbiamo avuto i nostri giocattoli di pezza, il pane duro quotidiano, i pantaloncini pezzati, i piedini scalzi, castagne e patate, la festa patronale coi musicanti, giranti per le vie a spaventare le rondini con grancassa, piatti, clarinetti e tamburo, e l’allegria di vederli e seguirli una volta l’anno, illuminati dai fuochi d’artificio, che bruciavano l’ultima parte di bosco sfuggita all’arsura estiva, e botte da lasciarci orbi, da cui il proverbiale botte da orbi, che i genitori, ignari di come educare un bambino, alla prima occasione, con indifferenza pedagogica, ci distribuivano, ispirandoci non più amore ma solo più paura.

      Che ne sanno, i bambini di oggi, di come fu "colorita" la nostra infanzia!

      E’ ben vero che il progresso si è diffuso fra i popoli facendo scomparire quelle sane abitudini di vita!

La dimostrazione che la società dei consumi ha portato al superamento delle tradizioni, fornendo prodotti singoli e personali, la si individua anche dalla scomparsa delle famose "nache".  Le nache, infatti, furono una proprietà collettiva: genitori, figli, nonni, tutti erano stati "nnacati" nella stessa naca e tutti vi avevano lasciato qualcosa di proprio, vivendo, fin dalla nascita, l’idea che la proprietà dovesse svolgere una funzione sociale. Ecco come la naca è stata la culla della politica! È ben vero che la gente diceva subito, vedendo qualcuno comportarsi in modo strano, vestirsi come quell’uccello variopinto che veniva dall’America, "cadiu da naca", ma è certo che la naca è stata anche la vera culla della civiltà. Sarà, forse, per questo che, tutt’oggi, molti chiedono a gran voce che fioriscano – tutto riporta alle origini, a quel giardino pieno di meli sempre vivo nella memoria collettiva - industrie per la costruzione in serie di nache come rimedio alla disoccupazione diffusa, superando così le difficoltà economiche attuali e dando, nel contempo, un secondo lavoro a chi dorme tanto nel primo.Sembra, comunque, che la proposta non verrà accettata per il problema dell’inquinamento da segatura, residuo della lavorazione del legno, non riuscendo più il Nord a smistare al Sud prodotti e rifiuti per l’impoverimento sempre più diffuso; per l’acquisita coscienza ecologica, che considera l’arcobaleno il ponte più bello fra la Calabria e la Sicilia; per non incrementare le nascite, disturbo, ormai, da terzo mondo; per non privare gli italiani delle dolci sensazioni che si provano alla vista dei boschi in fiamme, hobby sempre più diffuso tanto da divenire spot pubblicitario. Il fuoco, infatti, mette allegria ed i vecchi possono così continuare a raccontare le favole ai nipotini: "C’era una volta la naca, al tempo dei boschi".

 * naca: tipo di culla 

Racconto compreso  nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di Mimmo Codispoti

Città del Sole Edizioni.

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