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Storia e cultura

Là, fra terre e orti, fra campi incolti e arati, non in basso, ai piedi del monte, ma su, a mezza costa, l’uccello venuto dal mare lasciò cadere il seme che custodiva nel becco. La pioggia bagnò il cielo. Il seme se ne imbevve e germogliò.Nessuno ha mai saputo da dove provenisse quell’uccello che aveva oltrepassato il mare.Un albero allungò le sue braccia al sole, il terreno era buono, il clima adatto e il nuovo venuto si trovò, presto, a suo agio. I suoi rami più alti scorgevano, a sud, il mare. Chissà perché quella vista lo inteneriva e gli faceva provare un fremito nelle foglie! A nord immensi boschi si aprivano alle sue lenticelle e lassù, in alto, era sempre di un azzurro blu intenso.Le sue giornate erano serene. Le radici, con facilità, si spingevano nel terreno inseguendo l’acqua. Le foglie, lanceolate, scacciavano, con il loro movimento, quelle formiche che lo infastidivano, sotto la sua chioma le felci crescevano rigogliose e vicino, verso est, da dove la luce dava i colori al giorno, c’era un albero con il quale aveva fatto amicizia. Aveva quasi la sua stessa età, si differenziava, però, moltissimo per l’aspetto: le foglie del vicino erano più piccole, più appuntite, più lucide, i rami più irregolari e le dimensioni più ridotte. Si erano ignorati per un bel pò, guardandosi con curiosità reciproca, finchè un bel giorno si parlarono. E da allora fu un dialogo continuo, sommesso, soprattutto quando il vento agitava le foglie: trattenevano il respiro solo quando avvertivano la presenza degli umani che, ad epoche stabilite, si recavano a raccogliere, in periodi diversi, i frutti olivastri dell’uno e rosso intensi dell’altro. Allora ascoltavano i discorsi degli uomini, sopportavano il loro peso sui rami, lo sciupìo delle foglie, lo stacco delle drupe, quasi senza provarne sofferenza, tanto era l’attenzione rivolta ai loro discorsi. Così avevano incominciato a capire gli uomini, ad abituarsi alla loro presenza, quasi ad aspettare il loro calpestio sull’erba, le loro voci mischiarsi e interrompere il canto delle cicale e, a sera, dopo averli avuti attorno e percepito la loro fatica nel lavoro, quando andavano via, sentivano la linfa immalinconirsi, non aver voglia di divenire zucchero, le lenticelle arrossarsi, confondersi la tinta del cielo. Sapevano tanto di quegli uomini. Conoscevano i loro nomi, le voci, la loro capacità di amare, che li portava al canto, e il loro annullarsi nel disprezzo, che li rendeva muti. Avevano ascoltato storie di violenza, di viaggi sul mare, di incontri: qualche volta li avevano sentiti anche pregare, formando un cerchio nel silenzio del lavoro. Avevano saputo che nel paese, da dove quegli uomini provenivano, "da tempo, non c’erano più bambini a correre per le vie, per la piazzetta della chiesa, gridando il loro stupore ai colori dell’alba, alla pioggia sui fiori, ai muschi sulle rocce; che nessuno avrebbe più osservato il volo delle rondini, i colori delle foglie autunnali; che la parietaria ricopriva sempre più i muri delle case". I due alberi intuirono che presto sarebbero rimasti soli: nessuno sarebbe tornato a prendere i loro frutti, le cicale avrebbero cantato all’infinito.Così quegli alberi si sentirono fratelli di quegli uomini, si identificarono in essi e, come in uno stormo le tante individualità divengono unicità, le singole foglie chioma, le api società, avvertirono l’appartenenza alla stessa famiglia, considerandosi parte del tutto.Gli uomini raccogliendo quei frutti così intensi di colore, così pieni di succo, così gustosi, si soffermarono in silenzio a guardare le due piante. Videro così un uccello, variopinto e gioioso, svolazzare sui rami, posarsi sulla cima più alta, raccogliere nel capace becco un frutto lucente e riprendere il volo verso il mare.

(*)  Racconto compreso  nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di Mimmo Codispoti  edito da Città del Sole Edizioni.

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