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Storia e cultura

Quando si recava in quel viale alberato, innanzi al mare, innanzi alla Sicilia, in quello che mai d’Annunzio chiamò, pur sempre a torto, il più bel Km d’Italia, e che egli, a ragione, pensava lo fosse del mondo, si fermava su  una panchina posta vicina a un monumentale tronco di  Ficus Magnolioides. Considerava quella panchina come la  “finestra sul cortile”, come un  “passo”, come la  camera di riflessione, come un altare pagano, con non più intorno a lui messaggi simbolici ma la vita reale, con i suoi colori, con le varie sue forme, con i molteplici modi di ogni essere, pianta o animale, di “gridare” il proprio esistere senza nascondersi nel buio, senza oscillare fra silenzi, conformismi, riti  e rituali, non verità, rivestiti di vago cosmopolitismo. Da lì si incantava ad osservare quell’albero le cui radici, seguendo in linea retta il muretto del marciapiede, si allontanavano dal tronco come il tentacolo di una piovra gigante, come la proboscide di un elefante, come un anaconda sdraiato all’ombra. La pianta delimitava così il suo territorio, il suo spazio vitale, il suo cercare la sua “verità” rappresentata dall’acqua, dai sali, dalla necessità di ancorarsi al terreno per permettere alla chioma di svettare alla luce. E quel groviglio di radici, che rendevano irregolare il marciapiede, che sollevavano le mattonelle, che s’insinuavano nel cemento, nell’asfalto, gli esprimevano compiutamente il senso della lotta per l’esistenza. Dalla panchina in ferro  osservava “i fedeli” e percepiva dal loro modo di camminare, gesticolare, dalla tonalità della voce, da quello che dicevano, la variabilità umana e coglieva, in quella marea di gente che gli scorreva davanti, da espressioni, atteggiamenti, sguardi, alte ondate di solitudine e di disperazione  tra il frastuono  e il chiacchiericcio dei “festaioli per forza”. A tutti, un suo vecchio maestro, avrebbe  rivolto discorsi non sul dissidio fra fede e ragione ma sulla scissione fra  fede e morale. Quel vecchio saggio avrebbe separato nella navata di destra, in quel tempio senza pareti, senza spazio, senza tempo,  gli oranti pieni di fede, che annegavano nell’esteriorità, ignorando la morale e, nella navata di sinistra, i tormentati della  morale, che ignoravano la fede. La navata centrale l’avrebbe lasciata sgombra, libera, per non impedire il cammino a quelli che non si limitavano alle parole, alla lectio magistralis, che non si ornavano di anelli e ori, che non partecipavano ad abbuffate televisive, che non avevano tempo da perdere:  i poveri, gli emarginati, avevano bisogno di loro e loro occorrevano nei luoghi più sperduti del mondo in una sintesi estrema di fede e moralità. Da parte sua sapeva, quando vedeva svuotarsi quelle navate, dove tutti sarebbero andati e cosa avrebbero combinato nel mondo. Avrebbe trovato tanti a manifestare, sotto i palazzi dei politici, pro inquisiti, pro condannati, invece che pretendere che costoro lasciassero gli incarichi pubblici; avrebbe ascoltato molti violentare la libertà del voto con l’imposizione “vota” e la costrizione “fai votare”; avrebbe osservato troppi nel non espletamento delle loro funzioni per orari non osservati, compiti inevasi, obblighi lasciati ad altri; avrebbe letto la dichiarazione di un principe del clero “la chiesa non cerca né vuole il potere”. Peccato che, nella foga della difesa, “sua eminenza” abbia dimenticato di dire se si riferiva al passato, se anticipava il futuro, o se pensava al presente, periodo in cui “si sono aggravate le condizioni economiche di molte famiglie”. Forse pensava, per aiutare concretamente il popolo sofferente, di rinunciare, oggi, a tutti quei privilegi garantitigli dallo Stato Italiano, fra cui gli stipendi agli insegnanti di religione, assunti in migliaia ad insegnare una materia facoltativa, e l’esonero del pagamento dell’ICI, per immobili utilizzati per attività economiche e commerciali. Forse, rileggendo  Il Cantico delle creature, aveva toccato l’idea di impiegare tutto il gettito della donazione IRPEF dei cittadini italiani per opere di assistenza e di carità. Si sarebbe così “mescolato”, in una mirabile fusione fra predica e azione,  a quei pochi che, fuggitivi dal benessere materiale, dai palazzi, dalle comodità, dalle macchine, dalle Perpetue, dai dibattiti, continuano, da sempre, nel silenzio, nelle privazioni, ad onorare il loro compito verso il mondo, esponendosi a rischi, malattie, violenze di ogni sorta, seguendo il Divino messaggio. Lasciò la panchina in preda allo sconforto: “se dei poveri è il regno dei cieli” perché mai un prete avrebbe dovuto farli ricchi?

 (*)  Racconto compreso  nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di Mimmo Codispoti  edito da Città del Sole Edizioni.

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