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Storia e cultura

L A   F O N T A N A   P A R L A N T E

       Era tornato sui suoi passi. Aveva percorso a ritroso la sua vita e, saltellando nel tempo, s’era ritrovato innanzi a una fontana, nella piazza di un paesino, a guardare una maschera apotropaica dalla cui bocca sgorgava l’acqua. Sibillino, così lo chiamavano i compagni, si sedeva, quando la piazza era deserta, innanzi a quel volto severo che per ogni giorno della sua infanzia lo aveva dissetato e gli aveva raccontato storie favolose parlandogli col rumore dell’acqua.

      Il fanciullo guardava l’acqua scorrere, ne ascoltava il gorgoglìo, la vedeva raccogliersi alla base della fontana, sentiva le gocce che gli bagnavano i vestiti quando andava a bere, ogni volta che prendeva l’acqua nel "bumbulu" (1) , allorché, accaldato per la corsa e i giochi, si bagnava il viso, nel momento in cui spruzzava i compagni, premendo con la mano sulla bocca della maschera.

      Nel tempo, si era convinto che quel volto gli parlasse, che col buio cambiasse espressione, che da terrifico qual era, al suo avvicinarsi, divenisse sorridente.

      Un giorno ebbe la netta sensazione di sentirgli dire "fiat lux". Sibillino rimase perplesso. L’aveva già sentita quella frase da qualche parte, ma non ricordava dove e non sapeva che significato darle. Quale messaggio profetico il suo amico di pietra gli voleva comunicare? Sibillino incominciò a pensare, ad arrovellarsi il cervello, ad osservare ogni cosa con più attenzione.

      "Fiat lux… e fu la luce", ricordò di aver sentito dire al prete del villaggio e incominciò, così, ad osservare il giorno che cedeva il posto alla notte. Il rincorrersi della luce e delle tenebre, armonicamente opposte, così come la virtù e il vizio, il vero e il falso, il bene e il male, la razionalità e la parte non cosciente dello spirito, suscitarono nel suo animo immagini e pensieri.

      "Rivide" le notti primordiali rischiarate dal prometeico fuoco, il buio delle catacombe contrapposto alla luminosità degli altari delle chiese cristiane, l’oscurità del labirinto minossico all’innevate cime dei monti, lo sfavillio dell’oro al grigiore della lava, l’opacità dell’inganno alla luce abbagliante della verità, l’ombra malinconica della poesia pre-romantica al turbinìo cromatico della primavera del Botticelli, lo sfondo scuro della noia e dell’inerzia al brulichìo operoso dell’alveare, la violenza dei lampi alla quiete dopo la tempesta, il buio della tetra prigione di Campanella, "nato a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi e ipocrisia", al sole che sorge sulla ionica acqua, la solarità dell’albero all’oscurità del seme.

      "Fiat lux…" Egli apprese che nulla nella vita è assoluto e che la luce non è solo positività: il fulmine che abbatte il castagno, la luce che acceca, la luce del fungo atomico, la luce che altera i reperti archeologici, che sbiadisce i colori delle ali delle farfalle.

      Allo stesso modo convenne che l’ombra non è sempre negativa: l’occasione delle eclissi per gli studi astronomici, il riposo di Titiro all’ombra del faggio, che quel suo parente latino non riusciva a svegliare, la possibilità di sfuggire agli sguardi, di coglier le sfumature dei corpi.

      "Fiat lux…" Sibillino avvertiva che gli uomini, in tutte le loro manifestazioni, hanno sempre teso a vincere il buio, ad illuminare tutto, non solo case, piazze, strade, ma anche, in un eccesso di zelo, boschi, macchine, saracinesche dei negozi, e perfino la storia, ossia il passato, i discorsi, le intenzioni più recondite.

      Nei discorsi dei dotti, nelle conversazioni della gente comune, sulla stampa, sui libri, individuava un uso smodato di termini indicanti l’atavica paura dell’uomo per il buio che riempiva le caverne e che avevano lo scopo di mandare in tilt l’ombra: trasparente, sfavillante, lucente, chiaro, brillante, erano solo la cima di un iceberg di illuminanti parole.

      "Fiat lux…" Sibillino era conscio che è la luce che produce l’ombra, così come l’ombra non è l’assenza di luce e che ogni cosa è visibile per il loro fondersi. E così grazie alla luce della luna, egli vedeva sorridere quella maschera che gli parlava con l’acqua, che gli aveva complicato la vita.

      In aggiunta, a toglierli il sonno, s’erano aggiunte le voci di alcuni tipi strani che "amavano parlare della luna, al chiaro di luna, non con la luna ma con Helios". Non sarebbe opportuno, si chiedeva, farlo alla lux del giorno per non stimolare "l’aggressività e violenza singola e di gruppo" dei sonnambuli per forza?

      Poi un giorno ebbe una folgorazione: aveva sciupato la propria vita a studiare, a chiedersi il perché, il come e il quando, aveva ipotizzato chissà quale profezia, anticipato chissà quali eventi futuri.

      Tutto, invece, era riconducibile a qualche omissione, così come era successo ai copisti amanuensi. Sicuramente aveva sentito male, qualcosa gli era sfuggito: non era "fiat lux" ma "usa per la fiat lux", ossia "lava la macchina".

Racconto  compreso   nella  raccolta   “ La Primavera del nostro infinito” di  Mimmo Codispoti Città del Sole Edizioni.

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