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Storia e cultura

   “Il fiume racconta leggende man mano che va verso il mare…”così canticchiava  guardando le onde che imbiancavano la riva.

      Ricordò, per associazione spontanea, che in un fiume era stato immerso Achille tenuto dai talloni dalla madre Teti, che sul Tigri, sull’Eufrate, sul Nilo, sul Tevere, erano sorte le antiche civiltà, che dove l’Apsia, il più sacro dei fiumi, si getta in mare i Calcidesi fondarono Reggio, che in un fiume era scivolata Marinella.

 

      Nel tempo le leggende si erano svuotate dei componenti fantastici, si erano prosciugate e inaridite, erano state sostituite prima dalla storia e poi dalla cronaca.

      Si guardò intorno. La luce dell’alba correva sull’acqua e tutt’ intorno a lui era silenzio. Gli tornò in mente quel cartellone con su scritto “quest’estate la nostra città si farà sentire”: mai annuncio era stato più veritiero. Una fiumara di suoni aveva iniziato a scorrere per le strade, per le vie, causando straripamenti di onde Hertz, allagando le traverse fino al mare.

      Dalla “città dolente” era finito nella città festante, nella “città turistica”, fra una marea urlante, saltante, in cammino, con in mano, spesso, una bottiglia di birra, fra cani addormentati sul selciato ai piedi di padroni senza dimora e  cani  al seguito di “domatori” senza  regole,  fra bancarelle abusive, fra canti  e festival, fra marciapiedi dissestati, panchine considerate corpi estranei all’arredo urbano, muri imbrattati da scritte, macchine parcheggiate in spazi vietati, spazi da considerare sacri, dove volava la dea della Vittoria, ridotti a schiamazzanti aree picnic.    

      Non era più convinto che ciò che avvertiva  corrispondesse esattamente alla realtà e che il mondo fisico coincidesse con il mondo percepito.

      Si chiedeva se il  modo di parlare di ognuno influisse sul  modo di percepire e rapportarsi con il mondo circostante, se l’educazione imperante al conformismo e alla convenzionalità,  se gli aspetti legati all’esteriorità, come la presentazione di sé, l’eloquio, il modo di fare, fossero alla base dell’incapacità di dare un’interpretazione dei vissuti, di suscitare il pensiero critico  sul confronto fra quanto viene fatto, detto, ascoltato e quanto viene capito.

      Si domandava, se è vero come è vero che la libertà passa attraverso il lavoro, cosa ci fosse da festeggiare, con tale spreco di denaro pubblico, in una città attanagliata fra il mancato sviluppo economico e la crescente insicurezza sociale,  fra il più alto tasso nazionale  di disoccupazione giovanile e  il basso livello dei  servizi ai cittadini, fra il taglio delle classi  e chiusura di scuole e le minacce di licenziamenti e omessi pagamenti dei salari, per mesi, ad operai in opere del Decreto Reggio, opere in ritardo di anni sulla consegna dei lavori, fra il verde pubblico lasciato ad ingiallire e le colline annerite da scellerati, fra la scomparsa  dei finanziamenti per infrastrutture per Calabria e Sicilia, utilizzati  per l’abolizione dell’ICI a livello nazionale, nord leghista compreso, e l’attesa, in autunno, del federalismo fiscale con le sue prevedibili negative conseguenze sullo sviluppo di tutto il Sud.

      Percepiva che la maggior parte della gente viveva il tempo fisico, dove le ore si susseguivano alle ore, sfuggendo  il tempo storico, caratterizzato dagli avvenimenti.

      E non poteva non sorridere, lasciandosi andare ad un lungo sorriso sociale, innanzi alla teoria comportamentista secondo la quale l’individuo è passivo e diventa ciò che l’ambiente lo fa diventare.

     Vedeva così, secondo il principio che nulla penetra nella mente tranne quello che passa attraverso i sensi, diventare tutti, innanzi a  quella marea di suoni, ballerini, perdendo la visione del reale, solo alzando le mani, cantando e ballando.

      E, mentre si avviava a tornare a casa, i suoi pensieri continuavano a fornirgli immagini. “Vedeva” i domatori senza regole costretti, per un paio di giorni al mese, a spazzare le strade con paletta e secchiello, tenuti al guinzaglio dalla polizia zoofila, quei ministri sproloquianti e offensivi allontanati dalla pur sempre casa del Popolo e mandati a svolgere lavori socialmente  utili,  i grafomani intenti a tinteggiare di bianco la loro miserabilità, i responsabili dei disservizi, dai condomini alla vasta comunità sociale, nell’ottavo cerchio dell’inferno a “subir lo dovuto”, i malavitosi alla gogna, sulle pubbliche piazze, sotto il nido dei colombi. 

      Si accorse allora che piangeva non perché sommerso dalla malinconia ma che era malinconico perché piangeva.

      In prossimità di una fontana si bagnò il capo. Non era Ippocrate che affermava che il raffreddamento dell’ipotalamo  porta a stati emotivi positivi?

      Rientrò in casa badando di non far rumore. Aveva scoperto che anche la sua macchina reagiva agli stimoli. Suonava anch’essa, se sbatteva la porta. E lui non aveva voglia di ballare ma di partire, di lasciare la “città turistica”.  

 

Racconto compreso  nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di Mimmo Codispoti   edito da Città del Sole Edizioni - 2011.

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