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Storia e cultura

Si guardava intorno. Avvertiva, invecchiando, una profonda solitudine esistenziale. Osservava, con sempre più distacco, nel suo spesso incomprensibile passaggio nel tempo e nello spazio, gli avvenimenti di cui avvertiva “il rumore”.

      Coglieva, nella società attuale, una sempre più diffusa incomunicabilità. Vedeva, parallelamente all’espandersi dei deserti, diffondersi sempre più ignoranza, pregiudizi, ostilità individuali e collettive.

 

      Ascoltava voci che consideravano scopo più alto della vita il benessere materiale. Assisteva all’autoproclamarsi “eletti”, a considerarsi “verità” e, negli insuccessi, perseguitati dal destino.

      Vedeva sostituire alla contemplazione creativa l’azione, spesso egoistica e pro-persona, alla tolleranza, là dove gli istinti erano tenuti a freno dall’educazione e dal percorso storico dei popoli, la sopportazione e alla pace la coesistenza pacifica, senza sfociare in violenza suicida e assassina.  

      Sapeva che tutta la società e l’economia romana furono basati sul sistema schiavistico e che cittadino, cioè soggetto del diritto, era soltanto l’uomo libero. L’uomo non libero era soltanto cosa, oggetto, res.

      Non ignorava che il formarsi della proprietà privata aveva sviluppato l’ineguaglianza, prima economica e poi politica, e che i potenti hanno sempre emanato leggi a difesa dei loro privilegi.

      Era a conoscenza che il cammino storico della società del passato aveva subìto l’impronta di una ristretta aristocrazia.

      La stessa rivoluzione francese, causa del  rovescio dell’antico regime sociale, fu un movimento aristocratico guidato da pochi, così come tutte le rivoluzioni successive, dai moti risorgimentali alle rivoluzioni moderne. Era consapevole che le società, che ne sono state espressione, hanno inseguito con continuità  il principio di livellare gli individui, di rendere gli uomini “falsamente uguali”.

      Da parte sua considerava l’idea di “rendere gli uomini uguali”  illogica, innaturale, irrealizzabile. Riteneva, infatti, che ogni cosa, ogni aspetto del contesto storico – naturalistico esprimesse diversità, unicità, irripetibilità.

      Lo stesso uso della ragione diversifica gli uomini, non tutti la sviluppano nello stesso modo e allo stesso livello. La dimostrazione di ciò la trovava nel suo ambiente di lavoro e nella sua vita di relazione: non faceva che imbattersi in gente che lo portavano a considerare in estinzione cultura, impegno, dignità.

      Ognuno è “un’isola”, un mondo, un universo inglobato in infiniti universi: chi “lavora la pietra” per costruire e chi utilizza lo stesso strumento come arma, come mezzo di lapidazione.

      Considerava vero che tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e diritti, come affermato nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 10/12/1948.

      Riteneva però non adeguatamente ricordato che  la conquista dei diritti è stata ottenuta dopo periodi di profondo buio sociale, dopo secoli di sfruttamento, di sopraffazione, di violenza e che, tutt’oggi, per molti uomini sparsi  per il mondo, questi diritti rappresentano parole vuote che, come per l’uguaglianza politica, si riducono soltanto alla possibilità teorica per molti di essere presenti sulla scena civile, ma il  godere ed esplicare tali diritti spesso si infrange con la realtà che le leggi garantiscono, che il danaro permette, che le relazioni sociali concretizzano.

      Guardando il mondo, scorrendo i giornali che lo raccontavano, provava ammirazione per quegli uomini che continuavano a diffondere ideali, a delineare percorsi di giustizia, a filosofare sull’uomo e a diffondere armonia fra tutti i viventi, pur sapendo a chi stavano predicando.

      Si chiedeva se sulla vita delle classi più umili, più sfruttate, che da sempre sono stati “i mattoni su cui si è realizzata la crescita economica”,  avessero  avuto più ricaduta 160 anni di materialismo storico che 2000 anni di cristianesimo. 

      E provava ammirazione per quei “pochi eletti”  capaci di scoprire la verità là dove molti non vedevano nulla, che lottavano per aprire spazi di libertà validi per tutti, vivendo l’ipotesi che nel tempo, questo bisogno dell’anima, sarebbe divenuto prima l’atteggiamento di pochi, poi il comportamento di molti, infine l’essenza di tutti.

      Chiedeva che questa acquisita dimensione di conoscenza, li portasse ad uscire “dal tempio della propria individualità” per  realizzare l’antico sogno di una giustizia sociale, vestendo di bellezza le propri intuizioni, tingendo di colori le proprie fantasie. 

      Superava così la concezione di Seneca,   che vedeva tutti gli uomini uguali perché tutti pieni di vizi e sottomessi ad essi e loro schiavi, e riprendeva il cammino verso il futuro, col silenzio della speranza che, prima o poi, avrebbe incontrato qualcuno di quei pochi.

Mimmo Codispoti

(*)  Racconto compreso  nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di Mimmo Codispoti   edito da Città del Sole Edizioni - 2011.

 

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