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Storia e cultura

{jcomments off}Scriveva per un giornale. Considerava il suo pezzo più che un articolo un aggettivo. Particolare. Era sicuro che il direttore avesse come secondo nome Alì: non gli concedeva che quaranta righe quanti furono i ladroni. Era il suo modo di rimanere nella fiaba.

 Si sentiva un barbaro quando vedeva paperi e galline atteggiantisi ad oche con l’"obiettivo didattico" di occupare a loro uso e consumo più che difendere i tanti "Colossei" del lavoro quotidiano.

Il loro svolazzare fra i merli, il loro chiudersi nella covata, il loro pavoneggiarsi sulle torri, fra il festoso chiacchiericcio di un pollaio ossequiante e in attesa, lo portavano al silenzio e all’abbandono.

Correva via dal conformismo, dal consumismo, dalle cicale, dalle lingue straniere, dal mercatino delle vanità. Non stava a valutare che a titoli e incarichi si abbinassero vantaggi economici. Faceva tutto ciò che riteneva venisse fatto senza inseguire onori, riconoscenze, ringraziamenti, copertine. In ciò dimostrava, secondo le categorie del Cipolla, nel suo lacrimevole libro "Le leggi fondamentali della stupidità umana", di essere uno sprovveduto poiché danneggiava se stesso a favore di gente che non lo meritava.

A questo lo portava il non sentirsi un mercenario, lasciando agli schiavi dell’interesse il vendersi e rappresentarsi, in ogni occasione, per denaro o per fatuità.

L’idealità era il suo limite e la sua parabola. Avrebbe dovuto insegnare matematica data anche la sua predisposizione per i calcoli. Era finito invece ad occuparsi di agrometeorologia, di ecosistemi, di fitopatologia, perdendosi dietro le farfalle.

Nel tempo aveva mutato atteggiamento: non le catturava più, le guardava volare, le inseguiva con lo sguardo, mantenendo l’immagine dei loro colori nella mente e nell’anima. Da lì le liberava e le faceva volare quando i giorni erano tristi e senza luce. In ciò dimostrava di essere intelligente, avvantaggiando tutti.

Considerava il paesaggio con i suoi colori, le sue immagini, i suoi ritmi, un’opera d’arte che, a differenza di quelle conservate nei musei, fredde e immobili, consente la vita a una molteplicità di esseri senza pagare il biglietto d’ingresso.

Percepiva che le più gravi devastazioni fossero state compiute dagli uomini a danno di quel verde che vivifica il mondo, a danno degli alberi, meraviglie viventi, con le cime nella luce e le radici nel mare.

La consapevolezza che il paesaggio non fosse un’astrazione filosofica e poetica, ma una realtà concreta, a un tempo scientifica e umana, lo portava, nel silenzio degli alberi, tesi verso il cielo, all’idea dell’infinito. E, con un soave eufemismo, considerava sciocchi, in quanto danneggiano se stessi e gli altri, tutti quei piromani che annerivano il verde e coloro che disboscavano col solo criterio economico, facendo cadere le foglie prima dell’autunno.

La conoscenza delle vocali lo trascinò allo studio delle lettere. Fra lezioni ed esami sprofondò nella storia, nella cronaca, nell’arte, nella filosofia, nella leggenda, su un foglio, dove iniziò a spargere "nero seme per arare bianchi prati".

Tornò alle scienze innanzi a quella marea di letterati e filosofi che, convinti di essere soggetto e il resto solo complemento, intenti a scrivere "lettere lunghe perché non avevano il tempo per scrivere lettere brevi", riducevano tutto a parole, dicendo in mezz’ora quello che potevano dire in cinque minuti.

Abbandonò le lettere, rimanendo sconfortato innanzi a coloro che, sconoscendo che "i muri fossero la carta dei miserabili", lasciavano la loro firma illeggibile sulle facciate di scuole e monumenti.

Lasciò la storia, guardando indignato chi, da brigante, avvantaggiava se stesso danneggiando gli altri.

Ritornò alle scienze con la riacquisita consapevolezza dell’importanza delle conoscenze scientifiche sulla vita delle persone più di qualsiasi discorso, di qualsiasi teoria filosofica, di qualsiasi racconto.

Quando descriveva con commozione il cammino dell’uomo dalle caverne alle stelle, dalla preistoria al futuro, dalla cellula all’organismo, mentre diffondeva conoscenza sui fenomeni naturali e ne spiegava origine, causa ed effetti, allorchè invitava alla conoscenza, all’impegno, a "leggere" la natura, gli veniva di canticchiare una canzone che amava da ragazzo e "laudando il Signore per sora acqua", sputava in faccia, ai ladroni di sempre, le conseguenze della continua spoliazione delle risorse del pianeta.

E gli veniva da ridere, pensando come, i cultori delle lettere e della storia, a sintesi della loro inutilità, avrebbero indagato la causa dell’ultima, a venire, guerra mondiale, visto che a nulla era servito raccontare le "interminabili imprese" individuali e collettive che hanno, da sempre, caratterizzato tragicamente le vicende umane.

M i m m o C o d i s p o t i

 

(*) Racconto compreso nella raccolta “La Primavera del nostro infinito”

di    M i m m o    C o d i s p o t i  edito da Città del Sole Edizioni - 2011.

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