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Storia e cultura

Lo incontravo spesso. Amava viaggiare, con l’ascensore, fra il pianterreno e il 5° piano. Abitava al primo ma, siccome preferiva i viaggi lunghi, saliva all’ultimo piano per poi ridiscendere.

Una volta presentò richiesta all’amministratore per una modifica alla cabina dell’ascensore. Chiedeva fosse dotata di panchina e finestrella. Amava le comodità! Votai per lui: due contro tutti. Da allora la mia cassetta delle lettere si riempì di giornali, fotocopie di articoli, fogli manoscritti.

Fu così che "fui avvicinato" dalla filosofia. La sua visione del mondo, la sua voglia di conoscenza, le sue ricerche, il suo sentire i problemi, i suoi interrogativi, la sua capacità di non considerare mai chiuso un discorso, il sapere che il viaggio inizia e finisce dentro di noi, riempivano le sue parole, quando mi incontrava, e i suoi scritti, che mi lasciava nella cassetta postale.

 

Un giorno mi disse che l’ascensore per lui rappresentava quella nave mai presa, l’illusione di viaggi mai compiuti, il suo vagare fra le nuvole, il suo inseguire Peter Pan. Avrei voluto pagargli un biglietto a tragitto illimitato!

Lavorava al catasto, viveva solo, aveva un gatto. I festivi li dedicava ai viaggi, suscitando più la rabbia che l’invidia dei condomini. Lo chiamavano, con disprezzo e ironia, "l’alpinista".

La sua vita, più che su verità affermate, sprofondava sul tormento del dubbio, su un ansioso bisogno di ricerca dell’essenziale, sulla consapevolezza che, in funzione di spazio e tempo, variano verità, principi ma non gli strumenti, come la ragione, il senso morale, l’idea del bello, il bisogno del divino, la speranza.

Sapeva bene che valori etici, estetici, religiosi, emotivi, l’amore per la natura e l’arte, quanto più sono presenti nell’animo, tanto più sono vincoli, ostacoli nella corsa verso il successo. L’impegno sociale, politico, per dedicare il suo impegno al prossimo, lo sentiva in contrasto con l’incanto della libertà, dell’eremitaggio, della contemplazione; il cielo, il mare, una farfalla, la legge morale, lo portavano a Dio, ma quando osservava quello di cui l’uomo era capace, l’idea di Dio gli si sfarinava nella mente; l’amore per gli altri lo vedeva soccombere all’egoismo dell’io; aveva passato la vita a studiare, approfondire, capire, e poi scopriva che quel vecchio vagabondo, che ignorava la lettura, aveva capito molto più di lui, e che il suo gatto, che seguiva con lo sguardo i suoi movimenti, miagolava più al cibo che ai suoi discorsi.

Percepiva che per vivere nel presente e non annullarsi bisognava cogliere non solo quanto avviene intorno a noi, dove l’uomo "televisivo" è più infelice, disperato e isolato di quello "del cinema muto", che pur conduceva una "vita da cane", ma soprattutto in noi, dove aspirazioni, ideali, cedono ai materialismi dettati da pubblicità false e amorali.

Questa raggiunta coscienza, idee, comportamenti, lo portavano a considerare la cultura come l’unico, vero valore per comprendere e dominare i "vitelli d’oro" dell’era tecnologica.

La necessità di scendere in campo per affermare idee, per sovvertire tendenze, per riscoprire valori dimenticati, la considerava una lotta eroica, inutile, comunque da affrontare: per lui credere, acquistare una fede, era un viaggio individuale, per qualcuno mai concluso, per altri mai iniziato.

Credeva che oggi fosse possibile arrivare al sapere vero e toccare "l’universalità", che soffermarsi a pensare, anche non cogliendo la differenza fra simbolo e realtà, fra ciò che appare e ciò che è, desse un significato alla vita, all’idea di uomo, che è in quanto pensiero, ricordo, azione, speranza, preghiera.

Le scoperte le faceva guardandosi dentro, perdendosi in un bosco osservando gli alberi, scivolando mentre prendeva un sasso levigato dall’acqua di una fiumara, pestandosi un dito attaccando un quadro, guardando le nuvole spruzzanti pioggia fino a riempirsi le scarpe d’acqua, sentendo l’odore della terra bagnata più che la puzza di bruciato in cucina, immergendosi nella carezza della nebbia autunnale come fosse una favole ascoltata da bambino, ma anche vivendo le passioni, che scuotevano il suo animo, e le voci dell’inconscio, portate a galla dal vino.

Poi, quando osservava la sua vita, si avvedeva che era uno di quelli che guadagnava poco, che non aveva fatto carriera, che non aveva avuto successo, che non era mai stato comprato perché non era mai stato in vendita, che era infelice per la sua conoscenza della felicità e che, da morto, sarebbe stato cacciato dal paradiso per la sua coscienza del paradiso: la dimostrazione la coglieva guardando beatitudine e disimpegno di chi mostrava la convinzione di aver capito tutto, di chi considerava ogni azione umana riconducibile a un bilancio economico, forse perché sconosceva che se si obbliga ad una convivenza un uomo e un animale, col tempo, non è l’animale che ha imparato a comportarsi come l’uomo, ma viceversa.

La serenità diveniva così conquista spirituale, capacità intellettiva per superare le crisi esistenziali: la "sua filosofia" gli permetteva di non cadere nello sconforto e nel nulla.

E lo portava al sorriso l’idea che nessuna ricchezza materiale può dare all’uomo che non ce l’ha fantasia, intuizione, senso del mistero, immaginazione, aspirazione al bello, capacità di emozionarsi e di sognare, quel briciolo di follia, che egli, nella propria solitudine iniziatica e sociale, considerava essenziale per l’uomo.

In quel tempo avevo un lavoro saltuario: fui costretto a traslocare per gli elevati costi condominiali dei viaggi dell’alpinista e, per evitare repliche, conoscendo il detto latino che "uno stupido scova sempre uno più stupido di lui, che lo ammira e lo imita", scelsi un condominio senza ascensore. Così, facendo le scale, ho smesso di incontrare quel saggio vagante fra i piani e mi sono allontanato, sbagliando, dalla filosofia.

M i m m o    C o d i s p o t i

(*) Racconto compreso nella raccolta “La Primavera del nostro infinito”

di  M i m m o    C o d i s p o t i edito da Città del Sole Edizioni – 2011 -

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