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Storia e cultura

Insegnava. Da docente temporaneo e da incaricato a tempo indeterminato era stato, prima di tornare a Reggio Calabria, sua città, a Rosarno, Taurianova, Oppido Mamertina, Gioiosa Jonica, Palmi, Trebisacce, Cariati, Monasterace, Bova Marina, Melito Porto Salvo.Questo vagare per la Calabria fra la costa jonica e tirrenica, in un viaggio lungo vent’anni, l’aveva portato a considerare la sua una "cattedra ambulante" e se stesso un prof. itinerante. Al ritorno, spesso, dopo aver viaggiato più nel tempo che nello spazio, dopo essersi alzato prima dell’alba, dopo aver gestito quelle "belve furiose", gli capitava di cedere alla stanchezza e di lasciarsi andare al sonno sul sedile di un autobus di linea, che andava zigzagando fra monti e valli, o di un treno regionale, che costeggiava il mare.

 

A contatto con la classe, scrutava degli allievi comportamenti, gesti, parole, le espressioni delle reazioni interiori.

Si chiedeva se mai qualcuno avesse detto a quella marea urlante che il termine materia, dal latino mater, legno di bosco, indicava ciò che costituisce la sostanza di un corso, che disciplina, dal latino discere, significava imparare, apprendere, e che alunni, dal latino àlere, erano i nuovi nati, che devono essere alimentati per facilitare il loro ingresso nel mondo degli adulti.

Li invitava, poi, a presentarsi, a manifestare le loro richieste, ascoltando così il loro essere, il loro mondo, subìto e vissuto.

L’aula si riempiva di voci che, ogni giorno, nella scuola, si sovrappongono, si inseguono, si dissolvono, tacciono, riprendono. Linguaggi specifici si alternano a linguaggi comuni, parole forbite ad espressioni volgari: succede anche che le parole si svuotino e perdano di significato, ciò che esprimono non è ciò che è inteso, ciò che dicono le parole non è ciò che vogliono dire i parlanti.

Nel tempo, osservando i ragazzi, aveva acquisito consapevolezza dell’importanza degli anni dell’infanzia nella costruzione di un uomo equilibrato, capace di autorealizzazione e di impegno sociale, che il rendimento intellettuale di ognuno dipende da fattori genetici e da fattori ambientali, che un ambiente privo di stimoli inibisce la crescita, che i bambini imparano quello che vogliono imparare, che la motivazione al successo porta con sé un forte orientamento al futuro, che per una normale crescita interiore è necessario rispettare l’intero percorso evolutivo, che non esiste un’unica forma generale di intelligenza ma distinti tipi di competenze, in ambito linguistico, musicale, spaziale, logico-matematico.

Agli allievi cercava di far capire che è la cultura a formare la nostra impostazione mentale, fornendoci gli strumenti necessari a comprendere il mondo, che ogni azione è guidata da scopi precisi che, a seconda le circostanze, possono essere pratici, etici, filosofici, economici, e che vanno ad essere il motore delle azioni stesse.

Li portava a considerare che ciascuna persona è un esperimento genetico unico nello spazio e nel tempo, che non si può apprendere senza comprendere, che il concetto di sé sfavorevole abbassa l’autostima, crea senso d’inferiorità, così come quello favorevole porta a sovrastima di se stessi, fino ad esaltarsi sugli altri.

Voleva, infine, che considerassero il confronto come base di crescita e arricchimento interiore, confronto che veniva ad assumere la stessa funzione di democratizzazione della conoscenza esercitata dalla scrittura.

Sapeva che gli insegnanti avevano fra i loro antenati lo schiavo pedagogo dell’antica Grecia. Ciò lo portava a capire, a seconda della predisposizione di ognuno, il comportamento da servi di alcuni e di maestri di vita di altri.

Era ben conscio che la funzione docente fosse una funzione complessa, espletata nel tempo in maniera diversa, seguendo un percorso evolutivo, con passaggio dalla rigidità ripetitiva alla flessibilità e alla creatività.

L’apprendimento, ne era sempre più consapevole, doveva essere inteso non come accumulazione di contenuti ma come ampliamento e modifica di esperienze.

Istruzione ed educazione, conseguentemente, non dovevano limitarsi a far acquisire competenze o conoscenze, ma a produrre una reale comprensione del mondo.

La mutata realtà operativa lo portava ad abbinare al livello specifico disciplinare di preparazione dei docenti una formazione globale, l’esperienza d’insegnamento, la flessibilità e la passione per il lavoro.

Nel suo quotidiano lavoro il docente ha come assistenti, da una parte, il dubbio e l’incertezza, dall’altra, la speranza e il calcolo delle probabilità su cui attestare la validità degli obiettivi perseguiti. Ciò porta a quell’angoscia da risultato, a quell’ansia da programma che, aggiunta alla gestione della classe, caratterizza chi insegna, tanto da "usurare" emotivamente i proff.

Riteneva che la scuola, chiamata ad assicurare il successo formativo per ogni discente, dovesse essere giudicata dagli esiti.

Il soggetto apprendente, nelle aule, dovrebbe essere impegnato a incrementare tutte le aree di sviluppo, la fisico-senso-motoria, l’emotivo-affettiva, la cognitiva, la collaborativo-sociale perché, se la scuola si limita solo agli aspetti cognitivi, non si garantiscono processi formativi di successo bensì emarginazione sociale.

Quando qualcuno, nella sua vita di relazione, gli chiedeva cosa insegnasse rispondeva, guardandolo negli occhi, di essere prof. di scienze occulte con specializzazione in teoria delle risposte cognitive ed esperto dello studio applicativo dell’intelligenza esperenziale, componenziale e contestuale.

Mentiva pur sapendo di mentire. Aveva perso tante occasioni a vantaggio di gente che non lo meritava. Ma non aveva rimpianti. Aveva fatto scelte di libertà più che scelte economiche.

Nella sua attività di docente si atteneva alle massime di Grace, ispirate alle categorie di quantità, qualità, relazione e modo.

E innanzi allo spontaneismo pedagogico di molti suoi colleghi, conveniva con Tertulliano che l’insegnamento scolastico in sé è peccato e con Agostino che la verità sta dentro l’uomo. Dissentiva fortemente da Platone, che nel punto di partenza considerava già incluso quanto conseguito al punto di arrivo, perché non riusciva proprio a capire quale verità e quale preparazione, mai raggiunta e mai rivelata, avessero permesso a tanti di divenire dirigenti scolastici.

 

M i m m o C o d i s p o t i

 

(*) Racconto compreso nella raccolta “La Primavera del nostro infinito”

di  M i m m o  C o d i s p o t i

Città del Sole Edizioni -2011-

 

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