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Storia e cultura

Si fermava spesso in quella piccola piazza, a lato della via principale, su cui, a seconda dell’ora, si avvicendava una marea di gente, scorrendo come un fiume, ora in piena ora sotto il livello di guardia, avanti e indietro. Innanzi a sé teneva il suo banco di lavoro, un carrello mobile, su cui poggiava la sua mercanzia, lunghe strisce colorate di gomma e plastiche, un gomitolo di filo, un paio di forbici, una bombola di gas nobile, un vecchio giornale, un mangianastri. A dei gancetti, lateralmente al banco, fissava i fili che trattenevano una multiforme e variopinta serie di palloncini. Indossava, d’inverno, un eskimo, d’estate, camicie a fiori.

 

Quando passavo da lì mi fermavo a salutarlo. Mi veniva incontro, mi abbracciava, mi parlava come quando, al liceo, seduti all’ultimo banco, ci scambiavamo le nostre visioni sul mondo, dimenticandoci di quei proff. che non davano significato al tempo, non suscitavano la nostra attenzione ma il nostro dissenso per quello che facevano e per come lo facevano, per quello che non facevano, per i risultati, intesi in termini di crescita personale dei discenti e di apprendimento, per la repressione che esercitavano, garantiti dalla certezza della pena, la sospensione con conseguente bocciatura, su ogni libera espressione o atteggiamento che non consideravano conforme alle mummie, come dovevamo stare ed essere.

Lo ascoltavo come allora: era un creativo, uno spirito libero pieno di idealità e di sogni. Aveva vissuto il periodo dei figli dei fiori, era passato attraverso la contestazione del 68, le proteste contro tutte le guerre, cantando canzoni di De Andrè, Guccini, Lolli, recitando, a Spoon River, le poesie di Lee Masters, sentendosi una “scimmia nuda sull’ultima spiaggia”.

La povertà aveva caratterizzato la sua infanzia, il boom economico la sua gioventù, l’idea di cambiare il mondo la sua maturità. Il suo non adattarsi alla realtà, il suo non piegarsi a vendersi alla politica, alla carriera, alle convenienze, alle raccomandazioni, a non farsi passare per invalido civile, con l’aiuto di medici compiacenti, per garantirsi riserve, precedenze, corsie preferenziali a scapito di bisogni tragicamente veri e reali, lo aveva tenuto lontano dall’inserimento nel mondo del lavoro, lo aveva portato a studiare senza dare esami, ad abbandonare gli studi universitari, a lasciare attività che gli garantivano solo uno stipendio, che lo riducevano a mercenario offendendo, riteneva, la sua natura, la sua spiritualità, le sue esigenze, e affrontava, da sempre, con grande dignità, privazioni e solitudine, preoccupandosi più di quello che sentiva nella mente e nell’anima che del giudizio della gente. Viveva vendendo palloncini.

Quando coglieva intorno a sé armonia, pace, serenità, ne prendeva uno, lo gonfiava col fiato e lo lasciava andare: lo seguiva con lo sguardo finché si confondeva con le nuvole, fino a quando scoppiava e diffondeva il suo respiro nel vento.

Quando sentiva storie di violenza, di meschinità, di miseria morale, si chiudeva nel silenzio, si estraniava da tutto, non voleva lasciare nulla di sé nel mondo, li gonfiava col gas  e li legava ai ganci del carrello mobile.

Parlandomi, toccava il giornale ingiallito. Sapevo che su quelle pagine c’era la foto di due ragazzi con i capelli lunghi e un sorriso ironico che, dopo il primo allunaggio, alzavano un cartello con su scritto “dopo la luna in paradiso”. M’ero spesso chiesto se già allora sapevano che entrambi non vi sarebbero mai andati, innamorati com’erano dell’inferno.

Mi soleva dire “meglio il morale a terra e l’intelletto elevato che un asino felice”, quasi a giustificare le sue scelte e ad evitare pentimenti e commiserazioni, e mi raccontava di ore passate a leggere in biblioteca, di visite a musei, di libri acquistati e letti alla luce fioca di un abat-jour, di notti passate a scrivere, ad osservare il cielo stellato, a sentire su una spiaggia il rumore del mare, a guardarsi dentro, a parlare con gli alberi.

Mi faceva ascoltare, spingendo un tasto del mangianastri, le note che avevano accompagnato il tempo della gioventù, della fantasia al potere, delle marce per la libertà, l’uguaglianza di diritti, la condivisione di valori universali.

Quando avvertiva che stavo per andar via, riempiva col fiato due palloncini perché li portassi ai miei bambini. Sorridendo diceva sempre la stessa frase: “non ti sognare di darmi qualcosa, sono io che ti sono grato, il tuo andare in giro con i palloncini aumenterà le mie vendite suscitando i desideri dei bambini che incontrerai”.

E così, grazie a questo angelo senza lavoro, girando per la città con due palloncini colorati, tornavo ad essere un fanciullo felice.

 

M i m m o    C o d i s p o t i

(*) Racconto compreso nella raccolta “La Primavera del nostro infinito”

di   M i m m o    C o d i s p o t i - Città del Sole Edizioni - 2011 -

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