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Storia e cultura

Stava male. Un dolore al fianco lo aveva portato a ricordarsi che la vita è anche sofferenza. Commise un’infrazione superando una macchina ferma che doveva svoltare a destra, mentre lui doveva proseguire diritto. Quando sentì la sirena della polizia, si fermò prima di essere raggiunto. All’agente, che gli chiese patente e libretto, disse di aver commesso un’infrazione, di non aver messo in pericolo nessuno dato che le macchine erano ferme, che aveva una colica renale in atto, che stava tornando a casa. Lo costrinsero, erano in due, a scendere dalla macchina

{jcomments on}. Li informò nuovamente che stava male e tornò dentro la propria autovettura. Lo lasciarono là per un bel po’, poi tornarono chiedendo se avesse qualcosa da dichiarare. Li guardò con attenzione. Confermò di aver commesso un’infrazione, chiese che scrivessero sul verbale l’ora in cui lo avevano fermato, l’ora in cui glielo consegnavano, quello che aveva detto, che lo avevano costretto restare più di 40 minuti da solo sulla macchina, che avrebbe valutato se denunciarli per omissione di soccorso. Si rifiutarono di scrivere quanto richiesto, dicendo che non aveva attinenza con l’infrazione commessa. Scrissero solo "riconosce di aver commesso l’infrazione". Firmò. Voleva tornare a casa. Si trattennero la patente. Sapeva di aver il massimo dei punti, di non aver mai subito penalità, né causato incidenti. Dove aveva letto e sentito che "la polizia è al servizio del cittadino"? Che la pubblicità ingannevole deve essere perseguita? Seppe, dopo qualche giorno, di aver avuto un mese di sospensione della patente. Sorrise pensando a cosa gli sarebbe successo in altri tempi e altri luoghi. Ricordò quanto aveva letto, da giovane, su un muro della città, ai tempi della "Rivolta di Reggio": "Chiediamo l’industrializzazione della Calabria per impedire che i nostri figli siano costretti ad arruolarsi nella polizia". Si rendeva conto che quella richiesta-denuncia, scritta da un anonimo, si arricchiva, nel tempo, di significati sempre più profondi e complessi. Si sentiva "un pedone di ritorno". Era alla fermata dell’autobus. Più il mezzo tardava ad arrivare più i pensieri si accumulavano, si sovrapponevano, si intrecciavano, sciogliendosi in immagini e ricordi. Non era facile rinunciare alla macchina. La vita di relazione, i ragazzi da accompagnare a scuola, il lavoro, le visite mediche e le analisi per quel calcolo che lo tormentava, e gli slogan che lo perseguitavano: "Prendete l’autobus per vivere la città…". Avrebbe voluto, solo che non passava….Arrivò prima la pioggia. Quando salì sull’autobus si sentiva una fontana. L’acqua, come nei panni stesi ad asciugare, incominciò a lasciare i vestiti, a scivolare sul sedile, sul tappetino, a uscire dalla portiera. L’autobus-fiumara lo portò a destinazione. Quando arrivò in ufficio disse, a quelli che lo guardavano, di essere arrivato a nuoto, che aveva cambiato abitudini, che stava frequentando un corso di sopravvivenza. Da un tempo infinito non camminava tanto, non si soffermava a guardare la gente, la città. Nei discorsi di chi utilizzava il servizio pubblico non coglieva idealità, partecipazione, crescita sociale, ma solo piccole furberie, insoddisfazioni, un senso di pacata sopportazione per le violenze quotidiane che costellavano il loro vivere e per le rinunce che dovevano affrontare. La visione della città, nei suoi particolari, ne usciva sminuita: marciapiedi dissestati, invasi e occupati in modo improprio; una carenza totale dei servizi sociali attestata dalla marea di gente ferma a chiedere l’elemosina ai semafori, nei supermercati, innanzi ai bar; la tendenza diffusa di omettere le ricevute fiscali da parte, soprattutto, di molti specialisti della sanità, che incassavano in un solo pomeriggio sicuramente più di quanto tanti guadagnavano in un mese. Si chiedeva se lo slogan "la salute non ha prezzo" giustificasse l’elevato tenore di vita dei seguaci di Esculapio ed escludesse gli accertamenti sui loro patrimoni, se fosse giusto sullo slogan "la vita è sacra" non fatturare le loro prestazioni. "Pagare tutti per pagare di meno", scritto su un manifesto, soffocò le sue contestazioni e lo portò a riflettere sulla forza "persuasiva" della democrazia, sulle leggi e sullo Stato. Da allora non ebbe più dubbi e visse con consapevolezza il suo tempo.  

M i m m o C o d i s p o t i

(*) Racconto compreso nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di M i m m o C o d i s p o t i  Città del Sole Edizioni - 2011 -

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