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Storia e cultura

Il 15 Maggio del 1848 con un colpo di mano, il re delle Due Sicilie, Ferdinando II, sciolse il parlamento democratico e formò un ministero composto esclusivamente da elementi conservatori. I fatti del 15 maggio provocarono viva agitazione nelle province del Regno, specie in Calabria. Verso la fine di maggio si costituirono dei comitati di pubblica sicurezza; a Cosenza si formò un governo provvisorio, del quale si misero a capo i deputati Raffaele Valentino, Giuseppe Ricciardi, Domenico Mauro ed Eugenio de Riso. La Sicilia rispose all'appello dei Calabresi inviando il 12 giugno da Milazzo un corpo di seicento uomini comandati dai colonnelli Ribotti e Longo, i quali, giunti a Cosenza, presero sotto di loro quelle poche migliaia di uomini che erano state raccolte nella regione. Il Ribotti fu nominato capo supremo di tutte le forze degli insorti.

Il 30 giugno 1848 il Comitato di pubblica sicurezza della Provincia di Reggio Calabria avente sede a S. Eufemia e composto da Casimiro De Lieto Presidente provvisorio, Antonino Plutino Segretario provvisorio e Stefano Romeo nominò Commissario del Potere Esecutivo della Provincia di Reggio Calabria l’avv. Giuseppe Tripepi. Il comitato insurrezionale di S. Eufemia cercò di organizzare un esercito che fu denominato 3a divisione dell’esercito calabro siculo comandato da Ferdinando De Angelis . Questa divisione si posizionò sui Piani della Corona dopo aver attraversato i comuni di Melicuccà, Seminara, S. Cristina d’Aspromonte e Cittanova nei quali non riuscì a smuovere dall’apatia generale il popolo anche perché nessuno voleva correre il rischio di compromettersi aderendo al nuovo movimento liberale. A reprimere l'insurrezione calabrese il Governo di Napoli inviò tre corpi di truppe: il primo, di quattromila uomini, al comando del generale Ferdinando Nunziante il secondo, di duemila uomini, agli ordini del brigadiere Busacca, il terzo corpo di duemila soldati guidati dal brigadiere Lanza.

Il Ribotti fece del suo meglio per tener testa al regio esercito, ma le numerose diserzioni, la maggior disciplina e il migliore armamento del nemico ebbero ragione della resistenza degli insorti. A determinare il fallimento di questo tentativo insurrezionale in provincia di Reggio Calabria furono anche i contrasti all’interno del Comitato e le poche forze che avevano aderito all’iniziativa. Sedata la ribellione, iniziò la repressione e l’individuazione dei responsabili del tentativo insurrezionale. Il 6 giugno 1849 la Gran Corte Criminale di Reggio Calabria spiccò un mandato di cattura, firmato da Giuseppe Cardone, nei confronti dell’Avv. Giuseppe Tripepi e di altri sedicenti cospiratori. L’anno successivo iniziò il processo a carico di Giuseppe Tripepi e altri 23 accusati “di cospirazione e di attentato per distruggere il governo eccitando i sudditi e gli abitanti del Regno contra l’autorità reale”. La Gran Corte Criminale Speciale era composta dal presidente Mugnozza e dai giudici Guglielmucci, Siciliani, de Rosa, De Giovanni, Malta, Sarlo e Carrano. Nell’udienza del 24 Agosto del 1850, Il procuratore generale del Re Francescopaolo Morelli dopo aver definito gli imputati “settari diabolici, perfidi unitari italiani e comunisti “ passò ad individuare nel dettaglio le responsabilità degli imputati. Per quanto riguarda l’avv. Giuseppe Tripepi dichiarò “ Ei si ebbe dal sedicente Governo provvisorio di S. Eufemia la nomina di Commissario del potere esecutivo; conciossiachè da quel corpo insurrezionale alle autorità legittime fu comandato di desistere dalle loro funzioni. Né tardò il Tripepi ad immettersi nello indegno aringo, imperciocchè con altri del suo calibro questuò danaro per soccorrere i ribelli armati su’ i piani della Corona. E fu poi eclatante lo avvenimento quando essendosi imbarcata in Reggio della carne per alimento dei prodi Eserciti del Re N.S. combattenti in Messina, con efferata baldanza impose il Tripepi che la carne fosse disbarcata, non convenendo, ei si diceva, spedire alimenti alle truppe del Re N.S. e al Generale Nunziante, aggiungendo a tali gloriosi nomi oltraggiantissimi epiteti. Insomma sino alla evidenza sta assicurato che il Tripepi fu tra i primi cospiratori. E questo in iscorcio quanto per il Tripepi emerge dal complesso delle scritte e delle orali deposizioni di Domenico Vitale, Filippo Federico, Filippo Pugliatti, Domenico Genovese, Antonio Benevento, Tommaso Rossi, Francesco Colosi, Felice Barilla, Francesco Andeloro, Anonino Mantica, Diego Andeloro, Felice Laboccetta, Cesare Catizzone, Giovanni Anastasio, Giacomo Casile, Giovanni Autieri, Antonio Taglieri, Pasquale d’Alessandro, Demetrio Albanese, Elia Chindemi, Domenico Romeo, Diego Falduto, Antonino Grillo, Antonino lotta, Giuseppe de Blasio, Vincenzo Taglieri, Girolamo Anastasio, GioBattista Tripepi, Giuseppe Falcone, Luigi Lazzarini e Francesco Lazzarini. Or di contro agli enunziati fatti positivi stabiliti, che mai si oppone, o Magistrati? Un difensivo da scena – Eccone il succo – Tripepi attaccato all’ordine; amatore sì del regime costituzionale, ma sempre devoto alla legalità. La questua era una pratica usitata per sovvenire i bisognosi. Ei non fu neanche dove avvenne il disbarco della carne . Manifestò di non accettare la nomina datagli dal Governo insurrezionale di Commissario del potere esecutivo e simili filastrocche. Ma che in tutto questo traducesi? In nude assertive. E da chi pronunziate, o Signori? Egli è importante ricordarlo, poiché il vedemmo noi, lo vide la gremita udienza: pronunziate da testimoni, nessuno dei quali si presentò non palpitante e scolorato, lucidamente venuti al vostro cospetto nel fermo intendimento di giovare ai colpevoli, sia per uniformità di pravi principi, sia per vivezza indegna, sia per malintesa pietade. E valga ben questa , Sig. Presidente, per ampia protesta intorno agl’improntissimi bugiardissimi discarichi sostenuti sul conto di tutti gli accusati. Vedemmo sì, raccapricciammo, o Magistrati, quando alla dimanda che fosse mai uno Zuccalà un Travia un Tripepi, e altre anarchiche notabilità del paese, udimmo rispondere con amplissime assicuranze di encomi profusi a più tristi. Ma dirà alla sua volta la difesa, diranno gli accusati, perché tanta credenza al carico tanto discredito alla discolpa? Risposta facile quanto ineluttabile. Perché i fatti non si atterrano colle ciarle.” Concludendo la sua requisitoria il Procuratore Morelli accusò l’Avv. Giuseppe Tripepi, il notaio Carlo Zuccalà, Francesco Borruto, Francesco Travia, Nicola Giunta, il sacerdote Cristofaro Assumma, Franceso Paolo Marrara, Bartolo Griso e Gaetano Borruto di aver commesso il reato di attentato e cospirazione per distruggere e cambiare il governo e per aver tentato di sollevare il popolo ad armarsi contro l’autorità reale, pertanto ai sensi degli artt. 123, 124, 125, 142, 74, 75, 78, 79, 85, 86, 34, 31 e 54 delle LL. PP. , 280 e 296 della procedura penale chiese che gli imputati fossero condannati alla pena di morte con il terzo grado di pubblico esempio e solidalmente alle spese di giudizio. Nell’udienza del 29 marzo 1852 l’Avv. Giuseppe Tripepi venne accusato di aver impedito nel mese di febbraio del 1848 l’imbarco di una quantità di carne destinata alla cittadella di Messina e di aver compiuto lo stesso gesto insieme ad altri nel mese di maggio del 1848; di aver pronunciato in più occasioni delle frasi offensive nei confronti del re Ferdinando II; di aver letto, ad alta voce, dei proclami contro la monarchia in presenza di molta gente dinanzi ai locali del Giudice Regio di Gallina e riferendosi a Ferdinando II , secondo l’accusa, disse “noi siamo sotto un cazzone.”; di aver ingiuriato il Sergente congedato Vincenzo Canale, il quale stava recandosi all’Ufficio Comunale per poter ottenere l’autorizzazione a raggiungere l’esercito reale, dicendogli “ dove vai carogna la nazione non ha bisogno di te non devi partire”; di aver pronunciato, presso la Chiesa parrocchiale di Valanidi, delle frasi offensive nei confronti del Re Ferdinando II e dei preti; di aver pronunciato la seguente frase “ stu Re di cazzo vi faceva mangiare il sale a dodici grana il rotolo, ed ora che io ho faticato per voi e l’ho vinta, lo mangerete assai mercato”.

L’Avv. Tripepi e l’Avv. Mezzatesta furono anche accusati di aver chiesto del denaro ad alcune persone di Reggio Calabria per poter finanziare l’azione dell’esercito insurrezionale posizionato sui piani della Corona. Inoltre, Tripepi fu accusato di aver partecipato a delle riunioni segrete tenutesi nella farmacia di Pasquale Gatto , nelle botteghe di Giuseppe Panzera e Filippo de Girolamo, nelle abitazioni del notaio Zuccalà, di Nicola Giunta e Francesco Marrara. Il 26 agosto del 1852 dopo cinque mesi di discussione pubblica fu pronunciata la sentenza. Dei 49 imputati politici sei soltanto furono condannati. Luigi Dattola ad anni 30 di reclusione in carcere, Giuseppe Tripepi e Vincenzo Cuzzocrea ad anni 27 ciascuno, Francesco Travia ad anni 25 , il sacerdote Cristofaro Assumma ad anni 19 e Antonino Albanese ad anni 7. Giuseppe Tripepi arrivò al bagno penale di Nisida il 18 ottobre 1852 e dopo cinque giorni fu trasferito a Procida. All’arrivo gli furono rasati i capelli e gli venne inserita ad un piede una maniglia di ferro alla quale fu attaccata ,con un perno, una catena pesante circa 10 rotoli. Subito dopo gli venne consegnato il vestiario che era composto da una giacca di panno, un pantalone di olona, un pantalone di panno, una coppola di panno, 2 camicie di tela di canapa, 2 sottocalzoni di tela di canapa e un manto.

La vita all’interno del bagno penale di Procida era molto grama. I condannati dormivano per terra o su tavole solo chi aveva del denaro poteva permettersi il lusso di avere un materasso. I galeotti avevano diritto alla “razione di remo”, distribuita una volta al giorno, composta da un pane del peso di un rotolo e da una mestolata di brodaglia di fave che veniva sorbita da una scodella. Raramente le fave erano sostituite da pasta, solo due volte al mese veniva distribuita la carne. La sporcizia regnava sovrana e nei letti si trovavano insetti di tutti i generi mentre i topi saltavano e strepitavano ogni ora. L’aria era malsana per le esalazioni putride dei tinelli dove venivano buttati gli escrementi e l’urina. Questi recipienti venivano svuotati ogni giorno ma non venivano mai puliti dai quartiglieri tanto che nell’estate del 1854 si sviluppò all’interno del carcere un’epidemia di colera che provocò 14 vittime. Il 10 ottobre 1856 la Francia e l’Inghilterra richiamarono i loro ambasciatori dichiarando di non poter mantenere relazioni con un governo che non intendeva concedere l’amnistia ai condannati per reati politici. Questo comportamento indusse il re Ferdinando II a commutare la pena ai detenuti politici nell’esilio perpetuo dal regno. Nel 1858 il Re, in occasione delle nozze del principe ereditario Francesco Maria, Duca di Calabria, con la principessa Maria Sofia di Baviera, dispose la deportazione dei condannati politici negli Stati Uniti d’America. La mattina del 16 gennaio del 1859 la corvetta Stromboli, scortata dalle fregate Fieramosca e Messaggere, giunse a Nisida. Imbarcò 25 condannati politici e si diresse verso Procida dove imbarcò gli altri condannati tra cui Giuseppe Tripepi.Il 17 gennaio del 1859, La fregata Fieramosca al comando del barone Di Brocchetti salpò conducendo a rimorchio la corvetta Stromboli. La sera del 18 gennaio le tre navi approdarono all’isola di S. Stefano e la mattina successiva imbarcarono altri 17 esuli tra cui Carlo Poerio, Silvio Spaventa e Luigi Settembrini .Da bordo dello Stromboli, Giuseppe Tripepi scrisse una lettera al figlio Francesco Donato: Ciccillo figlio mio benedetto L'Inesorabile destino ha voluto che io partissi senza poter vedere i miei più cari di famiglia. Io lo seguo imperturbabile ove mi voglia condurre. Ti raccomando di uniformarti alla volontà di Dio; di voler bene a Marianna tua moglie. E colei che ti fece da madre. Il cielo sia a voi tutti propizio. Io credevo che coi compagni saremmo condotti a Napoli come ci si faceva intendere; ma all'improvviso ci han fatto imbarcare sul vapore Lo Stromboli. La nostra destinazione, per ora, è Codice. Da quel luogo scriverò a tutti i parenti. Pregate Iddio perché illumini la mente del sovrano e ci faccia ritornare in Patria.”

Il 19 febbraio, dopo 24 giorni dall’arrivo a Cadice, Giuseppe Tripepi e gli altri 65 esiliati passarono a bordo della nave americana David Stewart che li avrebbe dovuto portare in America. Alle ore 14,00 del 20 febbraio la fregata Fieramosca dopo aver accompagnato la nave americana per centocinquanta miglia, al fine di evitare uno sbarco degli esiliati in qualche porto europeo, riprese la via di Napoli. A Cadice, sotto la finta veste di cameriere, era salito a bordo della David Stewart il figlio di Luigi Settembrini, giovane ufficiale della marina mercantile inglese. Raffaele Settembrini, con un audace colpo di mano, riuscì a convincere il capitano Prentiis a invertire la rotta e all’alba del 6 marzo la nave approdò nel porto di Queenstown nella baia di Cork. Giunta a Londra la notizia, l’aristocrazia londinese si premurò di organizzare una sottoscrizione a favore degli esuli . In pochi giorni furono raccolti diecimila sterline che vennero successivamente distribuite tra gli esiliati. Giuseppe Tripepi e gli altri patrioti raggiunsero Londra dove vennero accolti in modo trionfale. Il 23 aprile del 1859 il giornale l’Opinione pubblicò la notizia dell’arrivo a Torino di Giuseppe Tripepi e altri 31 esiliati. Il 30 giugno 1860 con un decreto il Re delle due Sicilie Francesco II abolì l’azione penale per tutti i giudizi relativi ai reati politici . Il decreto di amnistia condonava anche la pena dell’esilio e dava la facoltà a coloro che erano fuggiti all’estero di poter rientrare liberamente nel territorio del regno. Il 9 luglio del 1860 Giuseppe Tripepi e Raffaele Travia partirono da Genova per Napoli . Arrivato a Napoli l’undici luglio 1860 Giuseppe Tripepi inviò una lettera ad Agostino Plutino nella quale descrisse l’atmosfera che si stava vivendo a Napoli a pochi giorni dal crollo dell’impero Borbonico. Io vi manifesto che giunto in questa ieri l’altro, ebbi l’agio scoprire una perfetta materiale calma ed un silenzio quasi di tomba non però di meno l’anzietà scorgasi direi impressa nel volto di ognuno per altro secondo lo spirito che lo domina, ma l’idea santa che noi coltiviamo ha in nobilissimi incarnata ne veri italiani per sentimento ed in altri per la trascendente forza delle circostanze presenti, vi anela il momento dello arrivo di Garibaldi. La condotta del Governo a pur essa che contribuisce non poco ad impressionare la popolazione ed accrescere la diffidenza in lui. Oltre che cammina a rilento nelle operazioni di riforme, sostituisce impiegati nell’amministrazione della cosa pubblica peggiori de presistenti , ne Ministeri stessi parlasi con disprezzo di così fatta imprevidenza com’ebbi occasione ieri di conoscerlo, trovato essendomi nella Finanza a parlare con qualche vecchio mio conoscente. Ma non imprevidente, come da loro compiangesi la condotta del Governo la accelera il compimento del suo destino. Non potete credere quanti tra i nostri Calabri Reggiani si professano oggi liberali, eccome mostrati con me, ma io serbato quel prudente contegno che è necessario in questi momenti supremi. Tra gli altri accenno un Zerbi, un Barone Rodinò, senza parlare della badessa de Sergio. Non devo tacervi che Pietro Musitano di Reggio e D’Agostino di Gioiosa ed altri di simile tempra, non sono voluti a vedermi poiché dimorano nascosti in questa capitale, e ne sono stato da nostri amici assicurato. Ed or che sui Reggiani cade il discorso è buono che sappiate che il Canonico Barilla precipitossi dal balcone, ma non era ancora morto, suo zio Cav. Felice fuggì da Reggio, ed in altri lidi della provincia ebber luogo via di fatto contro gli Aiossa ed altri. E’ questa come ho saputo in breve la condizione de nostri luoghi. Io presi i dovuti concerti co nostri di qui attendo ardentemente l’occasione del vapore per partire con Travia.

L’acchiusa lettera di Cattaneo abbiatene la bontà di farla giungere a lui.

Accettate miei saluti infine al nostro caro B. Fabio che io stringo al seno mio.

Vostro Affettuosissimo Amico

Giuseppe Tripepi

Il 19 agosto 1860, le truppe di Garibaldi sbarcarono nei pressi di Melito e la sera del 19 agosto l’eroe dei due mondi si mise in movimento per conquistare Reggio Calabria. Il 21 agosto 1860 ebbe luogo la battaglia di piazza Duomo che si concluse con la resa delle truppe borboniche. Il 7 settembre Garibaldi entrò a Napoli e costituì il nuovo governo. Il 26 settembre 1860 a Reggio Calabria riprese il lavoro della Corte Criminale costituita da Antonio Cimino(Presidente); Giuseppe Tripepi (Pubblico Ministero) ; Francesco Mezzatesta, Felice Valentino e Vincenzo Saccà (Giudici) 15 ottobre del 1860 Il pubblico ministero della Commissione Criminale di Reggio Calabria emise una circolare indirizzata ai giudici della provincia della Calabria Ulteriore Prima con la preghiera di pubblicizzarla il più possibile. In quella circolare Giuseppe Tripepi scrisse “Il presente governo che nulla trascura pel mantenimento dell’ordine, non rivolge mai dai pubblici funzionari i suoi lincei sguardi. Ciascuno di noi sia diligente, e vigile nello adempimento dei propri doveri, ed in ogni passo della vita pubblica, abbia retto il cuore per compiere la sua missione, con amor verso la giustizia. Con queste vedute prenda ognuno il grande impegno d’impedire per quanto più si può energicamente i tentativi di quei pochi tra Sacerdoti, i quali colla larva della ipocrisia gittano i perniciosi semi della loro perfida influenza a danno dell’attuale glorioso regime.... Il sacerdote non deve che subblimarsi alla maestà del suo mandato, e camminare verso il progresso: il progresso nel vangelo che impone al Sacerdote una missione di luce, di civiltà “voi siete la luce del mondo” lasciò scritto per essi il Divin Redentore. Quel ministro dell’Altare, quindi, che in disprezzo della voce Divina, pretende in altro modo attuarsi, è un pseudo Sacerdote, è un fazionato sovvertire l’ordine, e la forza della legge Divina, ed umana pesa inesorabilmente su la sua cervice. E perché sia noto a tutti il disegno del Governo di prevenire colla vigilanza i mali che si tentano da qualche perverso accagionare alla società e raggiungere i malvagi. La Corte Criminale composta da: Giuseppe Tripepi Presidente, Pasquale Spadari, Procuratore del Re presso il tribunale civile, Felice Valentino, Luigi Arlia, Gennaro Frega e Ferdinando De Simone proseguì il suo lavoro sino al 14 aprile del 1862.

Articolo scritto da Francesco Palamara                                                                                            

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