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Storia e cultura

Forse è vero che, invecchiando, si dorme di meno. Sarà per questo che, ad una certa età, si è sempre più svegli. L'alba si spalanca sul lunedì prima del suono della sveglia, prima che il rumore delle macchine da rado diventi cantilena ininterrotta, prima che qualcuno telefoni e, sbagliando numero, ti chieda "è il forno?" Si sa, il pane si gusta caldo, di mattina presto. La corsa nel giorno ha inizio. Così mi trovo a pensare alla libertà dal lavoro, dagli orari, dagli schemi ripetitivi. E' vero, dovrei fare più moto: evitare gli sciocchi non è facile, gli arrivisti è problematico, gli approfittatori quasi impossibile. Dovrei allenarmi, avere più fiato.

 

Ma c'è il sabato che mi conforta, che al martedì diventa più vicino, più blu. Sono stato sempre fissato col blu, fin da piccolo. L'ho sempre identificato col cielo. Allora non conoscevo il celeste. Sul mercoledì piove di tutto. L'insofferenza al lavoro, all'ascensore sempre occupato, al parcheggio che non trovo, ai giornali che reclamizzano le sporcizie del mondo. La consapevolezza che il pianeta sia sempre più inquinato mi porta a leggere sempre meno e a non vedere la tv sempre di più: è solo un modo, seppure rudimentale, di smaltire, ignorandoli, i rifiuti. Ma il sabato è là, a due passi, come la libertà per chi sta tentando la fuga. Due passi e poi… Il giovedì è grasso di noia, di liti con i vicini, d'intolleranza. Fare la spesa diventa una corsa all'acquisto, un buttarsi sui prodotti reclamizzati in un mare di bisogni inutili. Riaffiora alla memoria l'invito a stare lontano dai prodotti sconosciuti, soprattutto se si presentano sotto forma di caramelle, di prestare attenzione alla frutta: la saggezza proverbiale che basta una mela bacata per avvelenare tutte le favole e i miti mi tormenta, mi impoverisce (ah quanto costa la frutta!), mi porta a credere più alle leggi dell'economia che alle leggi morali. Ma il sabato, il sabato leopardiano m'ispira, m'illumina, mi porta a un vorticoso giro del contatore che, sensibile alla mia gioia, salta, stringendomi in un avvolgente abbraccio oscurantista. Il venerdì nero delle nostre paure e delle nostre colpe si scolora, si snoda più nel tempo che nello spazio: è una bottiglia vuota, un treno a carbone, un binario che mi porta nel sabato. Bisogna solo aver cura che non sia il diciassettesimo. Nel nome del sabato supero la fila alla posta, la multa del divieto di sosta (quando avrò fiato non mi fermerò più!), il lavandino otturato, che disconosce che l'acqua è la sua vita e il suo fine, la scuola, che tormenta più i genitori che i figli, le visite di cortesia, i ricordi amari, come la settimana del nostro scontento, frase forse più adatta all'inverno. Ma finalmente è sabato. Sabato, sabato, sabato. Tre e sette volte sabato. Poi, a sera, la corsa ad arrivare in orario, a cena con gli amici, è più pressante dell'orario lavorativo - là ti licenziano, qua ti escludono - e trovare un tavolo in pizzeria è come trovare un parcheggio nelle ore di punta. Quando arriva il cameriere so che il sabato sta per finire, che l'ordinazione sarà veloce come un sorriso, decisa come la scelta del locale, calda come la birra che aspetta per ore la pizza, precisa come un tiro con l'arco. Ah, dimenticavo: "La mia senza pomodoro, nemmeno di base, sono intollerante al pomodoro, sono refrattario a mischiare i colori, mi considero il difensore delle pizze bianche e non si preoccupi se qualche coperto è scoperto. In questo tavolo si vive il concetto di uguaglianza, qualcuno si annulla e qualcuno raddoppia, si va e si viene". Il fascino del sabato mi lascia sempre più confuso, sognante, senza parole.

 Racconto compreso nella raccolta “La Primavera del nostro infinito” di M i m m o C o d i s p o t i

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