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Storia e cultura

Era molto distratto. Perdeva di tutto. Nel passato aveva perso il presente inseguendo il futuro. Nel presente aveva perso il futuro per come aveva affrontato il passato. Più che perso aveva sbagliato binario e, quindi, destinazione. Lavorativa, sociale, economica, geografica. Perdeva spesso il buon umore, la pazienza, il sorriso. Spesso perdeva tempo. Ma lo faceva con amore. Si soffermava su cose che non lo meritavano, su persone con cui non avrebbe voluto e dovuto dialogare: considerava il tutto compreso nel prezzo del biglietto della vita.

E lui ben sapeva che, in ogni dipinto, le ombre accendono le luci. Innanzi al mare si smarriva, restava in contemplazione mistica. Al rumore delle onde, spingeva lo sguardo lontano e lo sentiva ritornargli nell’anima, forte, azzurro, spumeggiante, pieno di energia, come l’acqua che tornava a riva. Forse Eraclito aveva scoperto così "che tutto scorre". Da piccolo aveva ricevuto un’educazione più "temporale" che climatica. Confondeva, infatti, i venti: non sceglieva mai quelli giusti, che facilitano la vita. Andava, anzi, controvento. Appena nato aveva gridato e pianto. La socializzazione spinta alla scuola materna l’aveva integrato nei pianti silenziosi, aveva soffocato la sua natura, le sue grida di gioia, portandolo all’idea che il gioco è personale ma che i giocattoli sono di tutti. A scuola, poi, aveva appreso che i giocattoli sono proprietà privata e che il gioco è collettivo. All’università che i giocattoli sono dello Stato e che il gioco è libertà di fare la guerra. Aveva appreso in quell’oratorio da controriforma che Dio uccideva i bambini, fulminava gli empi, richiedeva sacrifici. La paura dell’inferno, quel fuocherello sempre acceso, lo portava spesso a bagnarsi il viso. Era un modo di pulire, lavandoli, certi pensieri che gli affollavano la fronte. Dall’ultimo banco, seguiva molti di quei prof., pozzi di scienza, più occupati a nascondere la loro ignoranza che a comunicare il loro sapere, che dicevano a tutti i genitori, con monotono ritmo, da cantilena a memoria, "è intelligente, può dare di più", non sapendo nemmeno di chi stavano parlando. Sapevano solo che essere generici è dire qualcosa senza dire nulla. Peccato che, spesso, erano così profondi e così incapaci di diffondere amore allo studio, di allargare la visione del mondo, di portare in superficie l’acqua della conoscenza per chi, ascoltandoli, li subiva. Nessuno saprà mai quanti sono stati i morti di sete in quel tempo! Chissà se già allora si intravedeva che le uniche sue devianze sarebbero state quelle indicate dalla segnaletica stradale. Avrebbe svoltato a destra e a sinistra, mai avrebbe deviato dai sensi unici. Ma, in quel tempo, le macchine non erano così diffuse, e ancora a scuola non si parlava del codice della strada. Crescendo si era dato alla pittura, anche se non aveva mai dipinto. Tingeva la solitudine con i colori della libertà e provava desideri sempre più intensi di sfuggire la "comunicabilità socializzata", tutte quelle figure sbiadite occupate ad occupare ogni spazio lasciato vuoto da utopici eretici credenti nella pittura astratta. Ogni tanto, nei momenti bui dell’abbandono, all’imbrunire, quando le nuvole vaganti oscuravano la luna, si recava innanzi al mare, in quel giardino incantato, proprio là, dove la glaucopide Minerva, guardava e guidava il solitario Ulisse, naufrago per conoscenza e per destino, nella sua traversata dello stretto, fuggente più ad Itaca che a Scilla, a Cariddi, alle Sirene. Innanzi a una pianta, di altri climi e di altre terre, trafugata alle native sponde, con le radici tendenti al terreno e la chioma nell’infinito, rimaneva in silenzio. Guardava le sue radici e la sua chioma delineare e seguire un percorso, dalla terra al cielo, la meta di Ulisse e di ogni uomo. E prima di andare via, prima di perdere un altro giorno, quell’uomo distratto abbracciava quell’albero, quel fratello silenzioso, come fosse un fratello di sangue. Anzi di linfa.

Mimmo Codispoti

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