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Storia e cultura

Egli si chiamava Rocco ed ella Margherita. Rocco, rimasto orfano di tenera età di padre e di madre, abitava lassú lontano nei monti della Calabria vicino alla casa dell'amica Francesca, la madre della Margherita, rimasta essa bambina, ancora orfana di padre. La Francesca voleva molto bene a Rocco e Rocchicello che allevava la sorella di suo padre, perchè era un ragazzo vispo, intelligente, il quale fin dai primi anni dimostrava di divenire uno di quei contadini robusti e laboriosi che non conoscono nè vizi nè bettole, e rimangono così come tanti ragazzi fino a tanto che non passino a matrimonio. Margherita voleva pure bene il piccolo Rocco come si sogliano volere bene tutti i ragazzi che giuocano, si trastullano, innocentemente, spensieratamente, senza sapere il come ed il perchè dei battiti e dei palpiti dei teneri cuori. Nell'incoscienza di un affetto dolce e sconfinato, Rocco e Margherita crebbero assieme, fintantochè un giorno si accorsero che una altra passione piú profonda, piú forte, piú viva e piú intensa dell'affetto, si era impadronita dei loro cuori, essi si accorsero che si amavano.

Di questo amore spontaneo, schietto e sincero dei due giovani, la Francesca era lieta e felice, perchè pensava che la figlia difficilmente avrebbe potuto incontrare un altro giovane piú laborioso e piú onesto; e Rocco che per tanti anni era stato per lei il ragazzo ed il giovinetto orfano, bisognoso di cure e di affetto, ora era un altro suo figlio, il futuro marito di sua figlia. Ma quando Rocco e Margherita intessevano il loro idillio, era appunto l'epoca che tutti emigravano per l'America, era appunto l'epoca in cui tanti mandavano quattrini in Italia. Sposare Margherita sì, ma voglio andare prima in America, pensò Rocco, stare tre, quattro anni come fanno tutti gli altri, farò il mio buon gruzzoletto, poi ritornerò, metterò su casa ed allora la compagna dei miei giorni non sarà la schiava di nessuno. In America, in America, egli disse; non voglio andare a zappare sedici ore al giorno per una lira. A Francesca ed alla fidanzata manifestò la sua risoluzione, vi furono proteste per parte loro; ma egli fu irremovibile e partì. Va, figlio mio, disse la Francesca, sii accorto e guardati dai cattivi compagni, egli le baciò, strinse la mano a Margherita che l'accompagnò ad occhi bassi, con uno di quegli sguardi che pare dicono: Non dimenticarti di me. Appena Rocco arrivato a New York fu ricevuto dai paesani che gli fecero festa, gli trovarono lavoro nella ferrovia della Pennsylvania, che l'assunse come lavoratore annuale, per la manutenzione delle sue linee. Egli era voluto bene dai suoi compagni di lavoro e pure dal boss, perchè lavorava senza malizia, anzi si uccideva, come fanno tutti nei primi mesi di noviziato. Non erano scorsi quattro mesi della sua venuta e Rocco mandò il denaro del viaggio in Italia, per non pagare l'interesse del trenta per cento per un anno, come era stato pattuito. Di piú mandò il suo ritratto, dove faceva bella mostra di sè, il vestito di festa e la catena dell'orologio che gli pendeva dal panciotto, il colletto, la cravatta, insomma Rocco pareva un altro uomo; il contadinello calabrese si era cambiato in artigiano della città. Dentro la lettera racchiuse pure dieci lire per la zia e dieci per Francesca, oltre un nastro cilestre per la sua Margherita. Era la manifestazione gentile di un animo rude ma di una volontà tenace e forte come i macigni dei suoi monti, poetico nome la sua terra e l'orrendo dei suoi boschi. E questa volontà ferrea Rocco nomade ramingo nelle baracche sperdute nei boschi tetri e maliconici dell'America immensa, aveva conservato; questa ferrea e tenace volontà, infondeva lena e vigore al suo corpo affranto dal duro lavoro nelle rigide giornate invernali e nelle afose giornate estive, poichè si aveva sognato una meta splendente della fiamma di un amore puro e sincero. E la meta stava per essere raggiunta giacchè, Rocco, dopo due anni di economie e di assiduo lavoro aveva accumulato una sommetta discreta, quando gli balenò nella mente un'idea e pensò: Noi lavoratori siamo come l'asino della favola, cambiamo il padrone ma non il busto: in Italia o in America dobbiamo lavorare per gli altri, per i padroni, sfruttati siamo in Italia, sfruttati siamo in America, meglio qua, dove almeno si può mangiare un tozzo di pane bagnato di sudore e di sangue. Chiamerò Margherita, dopo sua madre ed addio per sempre Italia, e così fece. Le mandò il biglietto di imbarco e l'atto di richiamo e sereno e tranquillo attese la sua venuta. Il giorno precedente all'arrivo del piroscafo in cui viaggiava Margherita, Rocco era dal suo banchiere a domandare l'ora precisa dello sbarco degli emigranti, quando l'avvicinarono due sconosciuti e gli dissero che due amici suoi lo desideravano. Tutti e tre uscirono dalla banca e si avviarono per Row St., scesero giú lungo le strade che conducono in quei budelli ciechi che si prolungano all'infinito a zig-zag, finalmente entrarono in una porticina a pianterreno e per una di quelle scalette a chiocciola sparirono in quei sotterranei, dove in New York, si annida la schiuma della delinquenza. La sala in fondo che accoglie tutti i ribaldi delle mani macchiate di sangue, era bislunga con il pavimento, costruito di cemento idraulico, ma tutto scalcinato. Dai muri neri ed affumicati penetrava l'umidità, dalla soffitta foderata di carta a colori pendevano alcune striscie lacerate. Una lampadina a gas spandeva una pallida luce che rischiarava le persone degl'inquilini di quell'antro, quali stavano sedute intorno ad un sudicio tavolino mangiando e bevendo. Sopra una sedia a bracciuoli stava seduta una donna di età matura. Ella era avvolta in un grande sciallo sdrucito, unto e bisunto, aveva i capelli brizzolati, il volto torbido chiazzato di sangue, le braccia lunghe e le mani adunche come gli artigli di un falco, sotto le sopracciglia in quella semiscurità le pupille dei suoi occhi lampeggiavano sinistri e malvagi come malvagio era l'animo suo pervertito dal vizio: era la padrona di casa. Ad una estremità della sala si apriva una porticina donde entrava ed usciva una giovine che portava agli avventori piatti di baccalà fritto, stoccofisso, stufato, trippa, carne a lesso, tutto a buon mercato, perchè tutta quella abbondanza la padrona di casa l'aveva gratis. Erano gli avanzi ed i detriti che negli Hotels americani vengono gettati nei barili. Quella giovane che in quel giorno fungeva da cuoca poteva avere l'età di 24 anni. Era di statura regolare, robusta, tarchiata. Le trecce lunghe dei suoi capelli nerissimi le scendevano sulle spalle, non per effetto di una negligenza e noncuranza civettuola, perchè aveva perduto perfino l'ultimo residuo delle vanità delle donne che è quello di volere apparire belle. Dal corpetto slacciato sporgevano due voluminose mammelle sulle quali il sudore scorreva come un rigagnolo che dal viso e dalla fronte li sgorgava come da una fontana; essa lo tergeva con il dorso della mano, e via, avanti, indietro, senza replica, senza manifestare un lamento, sempre ubbidiente, pronta ai cenni del cipiglio austero della padrona per servire quella masnada di bruti. Nel mentre girava intorno al tavolino era bersagliata da parole salaci e dai pizzicotti che respingeva stanca ed annoiata. Uno di quei rettili nel colmo dell'ubriachezza si leva dalla panca, dà cinquanta soldi alla padrona, prende quella giovine per braccio, la trascina in cucina e.... Ma la padrona un po' sconcertata ed irritata gridò: Che fai Vito? lì dentro? e spinse tutti e due in un lurido stanzino; mentre d'un'altra stanza dove si udiva un vociare postribolare un'altra disgraziata, chiamata dalla padrona, apparve tutta discinta, con l'eccitazione dell'amplesso recente, a sostituire la prima nelle mansioni di serva. Questa era la spelonca dove fu condotto Rocco. Al suo apparire tutti si alzarono e lo salutarono come una vecchia conoscenza, tutti gli offrirono da bere. Scusate, amici miei, disse la padrona, tutta premurosa e cortese 191 verso l'ospite nuovo, tocca me fare gli onori di casa, ed entrata in una stanza ritornò subito con in mano una bottiglia di birra. Rocco sentì una ripugnanza, un ribrezzo, voleva vedere subito gli amici ed uscire; ma non potè esimersi e portata la bottiglia alle labbra sorbì alcuni sorsi. Non passarono cinque minuti e si vide essere assalito da un sonno dolce e pesante che invano tentava scacciare, il potente narcotico aveva prodotto il suo sonnifero effetto. Egli si lasciò andare su di un divano sfondato, sgualcito e poco dopo russava profondamente. Il giorno dopo di ciò che era avvenuto nell'antro della megera il piroscafo su cui viaggiava Margherita alle dieci precise gettò l'ancora nel porto di New York. Era una giornata soleggiata e serena, come sereno era il cuore della giovine sposa che dai nativi monti veniva a ricevere l'anello nuziale nella terra straniera. Nel ponte del piroscafo Margherita abbigliata d'un abito nuovo appariva bella e leggiadra nell'ansia, lontano dagli occhi della madre abbracciare la prima volta e per sempre l'amato suo Rocco. Ella aveva passato la visita e risposte a tutte le formalità delle domande, i cancelli reticolati della Batteria si erano aperti, era già libera a fare la sua entrata nella patria di adozione, quando si sentì chiamare per nome. Si voltò, guardò e sentì nel cuore un fremito, un sussulto; due sconosciuti, un uomo ed una donna si trovavano di fronte a lei. Oh! Margherita, non abbiate paura, siamo due amici di Rocco che siamo venuti per accompagnarvi fino a casa giacchè egli è un poco indisposto. Rassicurata Margherita dalla presenza di una donna, che aveva, ricevuta con tanta cortesia e manifestazioni di stima, seguì, povera angella mansueta ed innocente, la lupa ed il lupo rapaci. Salirono su di un carro elettrico di quelli che conducono a Broadway, passarono alcuni blocchi, poi scesero e s'internarono per una di quelle strade anguste, tortuose, frequentate da quei brutti ceffi dall'aspetto truce, il cui sguardo fa venire i brividi, finalmente arrivano alla porta di uno di quei covi che accolgono le belve umane, la spinsero ed entrarono. Attraversarono un corridoio buio, salirono per una scaletta e giunsero in una stanza decentemente addobbata, dove era una donna elegantemente, anzi con un certo sfarzo vestita; all'aspetto sembrava una matrona. Margherita che in vita sua non aveva visto alcun che di simile rimase come intontita, abbassò gli occhi, e timida ed ingenua attese. Non abbiate paura, figlia mia, voi in me avrete una madre, sedetevi, non abbiate vergogna. Diamine! sono tutte così queste ragazze che vogliono girare il mondo disse la belva donna, rivolgendo la parola agli altri. Era un'esplosione di gioia mal celata che usciva da quell'animo perfido per la preda fatta. Fatevi coraggio, poi continuò, rivolgendosi a Margherita; prendete un bicchierino di anice, questa vi ristorerà; essendo depressa e stanca per il viaggio della lunga traversata. No, grazie, rispose la vittima, voglio vedere Rocco. Ebbene a momenti lo vedrete, egli è indisposto, come sapete, è una subitanea emozione gli farebbe del male. Così, di bugia in bugia passò il resto del giorno, passò la notte, il giorno seguente, senza che la sventurata si fosse accorta della sua disperata posizione. Ma infine, pure bisogna prepararla alla visione fosca della sua orribile carriera. La mattina del secondo giorno alle insistenti richieste di Margherita, la quale voleva a tutti i costi rivedere il fidanzato, la padrona di casa le disse: Ebbene, siete tanto pazza innamorata di questo Rocco, forse che mancano uomini in America? Allora, Margherita capì tutto, comprese, tutto; proruppe in pianto pregò, scongiurò per essere liberata: tempo sprecato: era già stato posta all'incanto e pattuito il prezzo della sua verginità. La colomba intatta era un frutto prelibato che non si concedeva ai soliti avventori, ma alla clientela aristocratica, a coloro che possono spendere centinaia di dollari; ai negrieri. Margherita con il coraggio della disperazione lottò per una settimana contro la malvagità del destino e degli uomini come lottarono, lottano e lotteranno tante altre, ma finalmente, stremata di forze in un momento di svenimento soggiacque, senza avere la coscienza del suo strazio. Rocco dopo tre giorni si risvegliò dal lungo letargo, ma quell'antro era deserto, muto come un seplocro; vide la porta donde era entrato semiaperta ed uscì. Segnò il numero della casa ed il nome della strada e andò via. Domandò gli amici, i paesani per la sua fidanzata, ma nessuno gli seppe dare notizie. Allora ebbe chiara la visione della turpitudine orrenda, ed accompagnato da un amico ritornò in quella casa per chiedere conto. Aprì ed entrò. I soliti avventori erano in giro attorno ai tavolini, e fra costoro due poliziotti: li si faceva un baccano indiavolato. Egli si rivolse ai poliziotti per raccontare il fatto e chiedere giustizia; ma per tutta risposta ebbe una dose di calci e di randellate perchè, il temerario, osava discreditare i locali onesti. Rocco uscì di lì, in preda all'eccitazione ed alla disperazione. Oramai il suo avvenire era spezzato, la felicità, la gioia per lui erano per sempre perdute. Che cosa doveva scrivere a sua zia, a Francesca? A questo pensiero un'ira, un furore l'assalivano. Nessun refrigerio scendeva a calmare la frenesia di quel cuore in tempesta, solo ed unico sollievo era la voluttà della vendetta, ma contro chi? Contro gli abitatori di quella caverna? Ma dopo la lezione ricevuta non osava avvicinarsi. Malgrado ciò, Rocco si armò fino ai denti, abbandonò il lavoro poichè la vita non aveva piú scopo per lui, spendendo i pochi dollari posti in serbo. Una notte, mentre solo, in compagnia dei suoi truci pensieri passeggiava per Mulberry Street, due brutti ceffi si presentarono a lui ad imporre che cessasse delle ricerche di Margherita: alcuni colpi di revolver echeggiarono nel silenzio della notte; la mattina si trovarono due cadaveri immersi in due pozze di sangue. La polizia disse che trattavasi di una vendetta della mano nera. L'idilio intessuto in Calabria ebbe il suo epilogo tragico in New York. Rocco e Margherita sono morti per la società, sebbene tutti e due vivono. L'America è grande, e Rocco è sparito in questa grandezza, come spariscono tanti, ignorati sconosciuti nel turbine della vita, senza una famiglia, senza un nome. Margherita vive pure, ma sepolta, senza conforto e senza speranze. Ella vivrà finchè la sua bellezza e la sua carne producano, e se un giorno inutile e vecchia conserva il sentimento di vendicarsi del disonore patito, dallo strazio che si fa della sua anima e del suo corpo, sparirà vittima sconosciuta ed illacrimata. I sotterranei di Mulberry, di Mott ed Elizabeth Streets, sono un ossario! Soffrite e sparite povere vittime, voi che erigete con il ludibrio della carne, la fortuna dei rettili e degli sciacalli! Segregate dal mondo, soffrite l'inaudito martirio, a voi non è permesso vedere ogni lunedì le aristocratiche signore vestite con gli sfarzosi abiti d seta, e tempestate di gioielli, appressarsi agli sportelli di una banca, salutate ed inchinate dal direttore e dal cassiere, depositare mazzi di carta monete, frutto di una settimana del mercimonio della vostra carne: sono le vostre sfruttatrici, le padrone dei postriboli! Questo capitoletto che sembra una novella scritta per procurare un po' di diletto a chi ha l'accidia della noia, è invece uno dei mille d'episodi dell'emigrazione, è la manifestazione viva, lurida del sottosuolo di New York, di questa città favolosa, scintillante per il mondo dal bagliore di Wall Street, ma nelle strade brulicanti di esseri umani, nei grandi magazzini accumulanti una ricchezza immensa di prodotti, nel turbine delle sue officine dalla produzione iperbolica è essa mostro immune ammantato di vergogne e di delitti. 

Domenico Nucera Abenavoli nacque a Roghudi il 28 aprile 1856. Attivista socialista e collaboratore del periodico “La Luce” organo della federazione provinciale socialista di Reggio Calabria. Per tale attività ebbe numerose denunce, unitamente a quella di propagandista tra gli studenti dei comuni dell'area ellenofona. Nel maggio 1898 tenne una conferenza ad Africo. Tra il 1900 e il 1901 pubblicò una lettera del brigante Musolino sul giornale “La tribuna” e un'intervista sull'”Avanti”. Nel 1902, per la casa editrice Sonzogno pubblicò due libri su Musolino uno dedicato alla vita e l'altro al processo svoltosi a Lucca nel 1902. Il 10 luglio del 1903 emigrò negli Stati Uniti, e si stabilì dapprima a Pittsburg e poi a Chicago, si avvicinò ai gruppi anarchici e inizio a scrivere articoli per “Cronaca Sovversiva” e poi per “La folla”. A Sharpsburg aprì una scuola serale. Nel 1911 pubblicò il libro “ emigrazione sconosciuta” nel quale descrisse le misere condizioni degli emigrati italiani negli Stati Uniti. Così scrisse nella prefazione “Questo opuscolo ha la sua storia. Nel 1908 la "Cronaca Sovversiva" di Barre, Vt., pubblicò alcuni articoli che io scriveva sulle condizioni della nostra emigrazione, e specialmente sulla bugiarda protezione governativa. Questi articoli ebbero un'eco in Italia, ed i compagni De Luca e Briguglio di Messina me li chiesero ed il permesso di pubblicarli in opuscolo per distribuirlo agli emigranti in partenza per gli Stati Uniti. Ma l'iniziativa generosa non raggiunse lo scopo poichè De Luca e Briguglio morirono nella catastrofe del 28 dicembre ed il manoscritto dei capitoli supplementari cogli articoli pubblicati dalla "Cronaca Sovversiva" andarono perduti.Io non vi pensavo più quando alcuni compagni, nell'interesse dei nostri emigrati, hanno insistito per la pubblicazione dell'opuscolo.Non da un sentimento di vanità sono stato spinto a mettere sotto gli occhi del pubblico quello che io ho visto ed osservato nel mio lungo e non lieto pellegrinaggio attraverso i diversi Stati dell'Unione, ed in tutti i campi del lavoro dove si suda, si stenta e si è bistrattati, percossi, uccisi impunemente, ma dal sentimento di giovare ai nostri connazionali ingannati, traditi, spogliati. Raggiungerò lo scopo? La risposta al tempo.”

Nei suoi vent'anni di emigrazione collaborò con vari gruppi anarchici, in collaborazione con Luigi Galleani e Carlo Tresca. Nel 1923 decise di tornare a Roghudi. Anche dall'Italia scrisse per i periodici anarchici «Il Martello», «Il proletario» e «Germinal» con i quali era entrato in contatto durante la sua permanenza negli Stati Uniti, firmandosi con lo pseudonimo "Saraceno". Morì nel luglio del 1930 a Palermo.

 

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