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Storia e cultura

Lettera alla madre - Treviso  Cara madre, Mi trovo da due giorni in questa piccola e rigida città del Veneto. Impiegammo tre giorni e tre notti in ferrovia per giungere a destinazione. La sera del 24 febbraio ci dissero di fare il sacco perchè la mattina seguente dovevamo partire per raggiungere il reggimento. Alle cinque e mezza del 27 eravamo alla stazione. Era una mattina piovigginosa. I nostri abiti erano inumiditi. Spirava un vento freddo e tagliente da tramontana che ci aveva irrigidite le orecchie. Entrammo a quaranta per vettura ferroviaria. Stavamo stivati come acciughe. Qualunque movimento ci era impedito. Le gambe dell'uno erano incrociate con quelle dell'altro. La locomotiva fischiò ed il convoglio partì. Era la prima volta che viaggiavo in ferrovia e, malgrado il rumore che udivo mi pareva di trovarmi sempre nello stesso luogo. Dopo alcuni minuti alzai gli occhi e guardai allo sportello.

I pali telegrafici e gli alberi si involavano alla mia vista, mentre la terra pareva che girasse su sè stessa. Il treno, correndo con la velocità massima, divorava la litoranea, lasciando dietro dietro di sè i giardini coltivati ad aranci e bergamotti ed adorni da palazzine linde. Giungemmo alla stazione di Ammendolea. Il treno si fermò cinque minuti per rifornirsi acqua. Allora potei a mio agio contemplare tutto il selvaggio scenario che si parò avanti ai mei occhi La maestà orrenda di coteste rupi imponenti mi attraeva. I rialzi di terreno che cominciano a poche centinaia di metri dal lido del mare e formano poggioli, colline per finire, lassù, lontano fino alle montagne d'Aspromonte che scorgevo come un punto nero perduto nella caligine, su me esercitavano un fascino, ma mi erano anche cagione di mestizia. Da quelle montagne silenti, da quei monti solitari in cui non si udivano altre voci se non quelle dei bifolchi e dei mandriani, io avevo tante volte scorso la locomotiva sbuffante, fuggente lontano lontano, per altri paesi sconosciuti, ignorati, chi sa dove. Vedevo, come sopra la mia testa, Bova, Roccaforte che sono posti su due colline, coperte di neve. E dietro quei paesi ? dietro quelle colline? su di altri ciglioni? lungo le falde dei monti? una miriade di villaggi, di borgate dimenticati, i quali mancano di viabilità e di cimiteri. Centinaia e migliaia di tuguri luridi, di capanne squallide, ed una popolazione primitiva. E tra cotesta miseria e squallore mi ricordavo che erano rimasti i miei ricordi più cari, i miei affetti più sacri, i palpiti più soavi del mio cuore, la parte migliore di me, voi, madre, mio padre, i miei fratellini, le mie sorelline, il vecchio nonno, tutto, tutto quanto forma il patrimonio della tenerezza e dell'amore. Vi ero cosi vicino! Ma la brama ardente di essere con voi mi divorava. Volevo correre, baciarvi, abbracciarvi, non distaccarmi più da voi a costo di render cara la vita. Ero deciso e mi sentivo forte, ma la locomotiva fischiò ed il treno si pose di nuovo in moto. Guardai i miei compagni di viaggio che erano tutti miei conterranei i loro volti rivelavano che erano comprasi dai medesimi pensieri, e che tutti provavano le mie stesse emozioni. Il viaggio pel primo giorno fu tollerabile, almeno non faceva freddo. Ma passato Metaponto, dentro quei carri si gelava. Non potendo allungarle, le gambe s'erano ingranchite. Pareva un carro bestiame che ci condusse al macello. Quando siamo giunti in Treviso eravamo più morti che vivi. La caserma malamente riscaldata è sempre gelida. L'umidità penetra dai muri. Credete voi ci abbiano dato un giorno di riposo, un momento di tregua? Nemmeno per sogno. La mattina subito al magazzino a prendere le armi. Oramai siamo degli istrumenti completi, soltanto ci occorre acquistare la destrezza e l'abilità per essere esperti assassini. Assassini ! No, mamma, vostro figlio non macchierà le sue mani di lavoratore onesto dei fratelli. Ve lo prometto. I vostri precetti mi sono più sacri della mia vita. Voi mi avete insegnato ad esser buono e di non fare male a nessuno e non lo farò. Se un giorno dovesse scoppiare una guerra, preferirei disertare, andare lontano anziché diventare un cieco strumento di stragi e di lutti. Oh, che mestiere orribile e feroce è questo del soldato! Meglio non pensare. Sono già le quattro p. m. l'ora della sortita, ma non esco; fuori la neve è alta e non voglio buscarmi una polmonite. Ho le mani gonfie pel freddo e finisco di scrivere. Bacio tutti.

Vostro fìglio : Antonio.

E per copia conforme : Saraceno  

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