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Storia e cultura

Nei porti del vecchio mondo la folla dei derelitti e dei miseri prende ogni giorno di assalto i piroscafi e parte pel nuovo, sfidando l'ignoto. Sul ponte dei giganteschi transatlantici le vittime della tirannide scellerata e maledetta tengono rivolto lo sguardo abbattuto dalla mestizia verso il lido di partenza, verso la terra natìa, dove hanno lasciate le memorie piú sacre e gli affetti piú cari, dove i vecchi genitori, la moglie diletta ed i loro teneri bambini, rimasti sprovvisti di tutto, non hanno ormai piú che una speranza: gli aiuti che verranno dall'...America. Nel cuore di questi uomini dal petto largo e dalle braccie ferree è un santuario che impone il rispetto e la pietà. Ma appena che giungono a bordo imparano che le angherie, le spogliazioni, che sulla loro ingenuità hanno impunemente esercitato gli agenti delle compagnie di navigazione ed i vettori, son tutt'altro che finite. La sbobba nauseante e fetida, l'intruglio misterioso e venefico, che le compagnie di navigazione gabellano coi nomi pomposi di vitto e di vino, tornano tre volte tutti i giorni a persuaderli che, dovunque essi, i poveri paria, sono ludibrio e pascolo allo sfruttamento, alla voracità di parassiti odiosi ed insaziabili. Intanto il piroscafo col suo carico di merce umana maestosamente procede fendendo la superficie azzurra dell'oceano sconfinato, mentre le querele dei reietti si sperdono al vento nella grandiosità dello spettacolo che offrono il cielo ed il mare. Cullati ancora nella illusione di approdare nella terra promessa, dove regnano la felicità, la verità e la giustizia, cullati nella speranza meretrice e bugiarda, vengono a cadere fra gli artigli di rapaci avvoltoi. Dopo quindici o 20 giorni di traversata finalmente il piroscafo approda allo scalo, muto e silenzioso come un ladro in agguato.

Non curiosi, nè spettatori salutano il suo arrivo come nei porti europei si saluta l'apparire dei legni stranieri, non il chiasso giocondo e festaiolo che si ode nei porti di Venezia, di Genova, di Messina: ma tutto è monotono e triste; solo nel grande baraccone dello scalo si vedono scaricatori del porto, che oppressi d'un lavoro bestiale, nella furia della disperazione corrono, vanno, ritornano trasportando sulle carrette pesi enormi, ansanti, grondando sudore: paiono tanti stanchi della vita che si affrettano al suicidio. Intanto i battelli a vapore si avvicinano e gli emigranti vengono a drappelli, trasportati nella Batteria, dove si trovano pronti gli impiegati dell'Ufficio di Protezione degli emigranti a riceverli. L'interno della Batteria fa l'impressione d'una galera, in cui, a due passi dalla Statua della Libertà, si perpetra a danno degli emigranti il brigantaggio piú feroce, legalizzato e protetto dalle leggi americane. Appena vi mettono il piede essi perdono la loro personalità, diventano numero uno e numero due come tanti ergastolani; nei lunghi corridoi, divisi da cancelli mobili di ferro fuso, sembrano armenti destinati al macello. Passata la visita medica ed espletate le altre formalità, i membri della commissione dell'emigrazione, impiegati, dell'Ufficio di protezione degli emigranti gridano:"cappello in mano, valigia in ispalla ed avanti!" ed i paria si mettono in movimento come un plotone militare,ma ecco, fatti pochi passi, tuonare l'ALT! Questo comando imperioso udito per la prima volta in lingua straniera li allibisce; l'interprete lo traduce in fretta in furia ed essi rimangono inchiodati: Venticinque soldi pel telegramma! Ma no, ma no! protestano le vittime, noi non facciamo telegrammi, non ne abbiamo bisogno. È legge! gridano accigliati gli onesti impiegati, e come bestie fameliche si lanciano sui disgraziati e ne rovistano le tasche e li spogliano. Compiuto questo primo atto del loro dovere, di nuovo gridano: Avanti! e la marcia ricomincia per arrestarsi subito ad un nuovo alt! non meno imperioso del primo: Subito, cambiate la moneta! Ma no, replicano le povere vittime, io la cambiai in Napoli, dice uno, io non lo cambio, grida un secondo, io voglio cambiare il mio danaro dove mi piace, risponde un terzo. Niente, bisogna cambiarlo qui. Ed ecco altro saccheggio, altra spogliazione. Avanti per la terza volta; pochi passi ancora, e per la terza, l'ultima questa, l'alt si sente piú forte e piú imperioso: Un dollaro qui e prendete questo cibo! subito diciamo, perchè noi non abbiamo tempo da perdere. A questo punto gli emigranti cascano dalle nubi, rifiutano, protestano, inutilmente mostrano le loro valigie, i loro sacchi pieni di provvigioni, bisogna pagare spinte o sponte. Pagate subito figli di puttane! siamo in America qui,avete capito? È vero, siamo in America dove i ladri, i lenoni e gli imbroglioni godono della piú completa libertà. Chi non sapesse in che cosa consiste questo cibo che costa un dollaro deve sapere che trattasi di una borsetta di tela in cui sono mezza libra di salciccia affumicata che farebbe venire la colica ad un toro, un pezzo di pane stantio, una mela ed un'arancia, roba tutta che può costare un quindici soldi. È un Americano che paga allo Stato mille dollari all'anno per esercitare questa camorra, questo grande delitto, e guadagna quattrocentomila dollari e piú all'anno, ossia li ruba impunemente ai disgraziati. Dopo questo agli emigranti è permesso di calcare questa terra libera e ricca, quando con loro sorpresa, accompagnati sempre dagli impiegati dell'Ufficio di Protezione, passando tra la folla in cordone tenuta allineata da due lunghe funi, vedono i poliziotti dispensare nella repubblica di Teddy randellate a destra e a manca ai pacifici cittadini. La poliziottaglia che è alleata alla schiuma dei ribaldi, dimostra il suo zelo, col bistrattare chi si reca in quel luogo per salutare l'amico ed abbracciare il parente, il fratello. All'ufficio di protezione ciascuno emigrante paga 25 soldi per essere accompagnato a Mulberry St. Ma l'Ufficio d'emigrazione che fa? Noleggia un carro che paga un dollaro o qualche soldo di piú ed ammassa sopra da dieci, quindici fino a venti disgraziati. Come si vede siamo in America. Ora mi domando io se l'Ufficio di Protezione degli emigranti che è sostenuto dalle 50 mila lire di sussidio che il governo italiano preleva dal fondo della emigrazione (il patrio governo quando si tratta di miseri non intacca i propri bilanci) e con i fondi che alcuni filantropi, chiamiamoli così, versarono pel mantenimento di questo Ufficio, perchè debbono gli emigranti pagare i venticinque soldi e perchè i signori protettori assistono alla batteria al brigantaggio, che viene commesso in barba a tutte le leggi ed all'umanità?Ma v'è dell'altro. Quattro anni or sono l'Ufficio di Protezione, aveva una succursale al n. 159 Mulberry St., dove a lettere cubitali stava scritto: "Ufficio di Protezione degli emigranti, spedizione di moneta, Agenzia di passaggio con le migliori compagnie di Navigazione, Agenzia di collocamento al lavoro. Come agenzia di collocamento al lavoro questo sedicente Ufficio di Protezione mandava i suoi protetti in Florida nelle due Caroline ad apprendervi che la tratta dei neri e dei bianchi, che la schiavitú col suo retaggio di tormenti materiali e morali, non sono abolite che nella costituzione, ma restano nella vita lo strazio e la vergogna di quasi tutti gli Stati del Sud. L'Ufficio di Protezione e di collocamento, spillati all'emigranti i cinquanta soldi, li consegnava a Michele Maggio.Ma chi sia questo Michele Maggio, lo diremo in appresso. Comincia intanto a tralucere da queste modeste premesse quale sia la protezione che gli organi – appositamente creati specialmente, e largamente sovvenzionati dal patrio governo – accordano all'emigrante, tralucere anche meglio la menzogna che nelle interviste di S. E. Mayor des Planches col New Work Times, di questa protezione celebra i benefici e le glorie, e le due frodi ribalde appariranno in tutta la loro oscenità ladra quando avremo aggiunto alcuni particolari in ordine all'Ufficio d'informazioni sui campi del lavoro.

 

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