ROCCAFORTEDELGRECO.NET

Storia e cultura

Don Domenico Spanò si prodigò tantissimo durante l’opera di soccorso, l’Arcivescovo d’Arrigo lo nominò suo rappresentante, riuscì ad aprire al culto la prima chiesa riunendo i sacerdoti della diocesi. Recuperò gli arredi sacri e gli oggetti di valore appartenenti alla Chiesa e ad altre istituzioni che consegnò al Vescovo dopo aver stilato un regolare inventario. Per delega del commissario straordinario dei soccorsi Tenente generale Francesco Mazza accudì gli orfani delle vittime del terremoto. Di seguito viene riproposta integralmente una lettera di Don Domenico Spanò relativa al terremoto di Messina che chi scrive ha ritrovato presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Reggio Calabria

Alle ore due dopo mezzanotte del 28 dicembre 1908 m’incamminai per la stazione di Randazzo, provincia di Catania, dove mi trovavo allorchè venne la scossa di tremoto che portò la rovina in varie città, la desolazione in moltissime famiglie. Proseguì col treno delle 7 per Giarre e scesi a Piedimonte, mosso dalla notizia che v’erano delle vittime. Arrivai a tempo di dare qualche aiuto all’unico ferito ch’è poi morto. Osservai gravi lesioni nelle case e corsi a fiume Freddo dove potei, dopo un paio d’ore, prendere il treno e recarmi ad Alì per dare soccorso a quella buona gente ed all’Istituto femminile che, caduto in parte, mostravasi nel resto molto pericoloso.

La perdita d’una giovinetta e le ferite riportate d’una suora avevano reso mesta la comunità ed occorreva l’energia d’un coraggioso che, salvando quelch’era possibile, faceva, facesse partire la numerosa comunità per Mascali e Catania. Il treno non andava oltre, sicchè, comperato quel pane che potei, insieme ad altri viveri, mettei in un sacchetto, continuai con questo la via per Messina, fermandomi, per osservare, a Guidomandri, Scaletta, Giampilieri e San Paolo dove rimasero sotto le macerie alcune vittime. La notte era avanzata ed io ancor camminavo, portando in mano il sacchetto che vuotavo e riempivo finchè, riempitolo per l’ultima volta, stanco e trafelato potei presentarmi alla stazione di Messina che non riconobbi, tanto era sformata. Una moltitudine aveva già trovato ricovero nei vagoni fermi, molta gente aveva invaso le stanze e il resto della stazione e faceva pietà vedere feriti, sentire lamenti , grida ed un confuso di voci che non se ne capiva più nulla.

Rimasi fino a giorno, poiché non m’era dato liberarmi dalla confusione e non era possibile camminare al buio. Corsi ai primi albori percorrendo la via Siretta che mena in Piazza Duomo e, passando per un ammasso di macerie, potei recarmi all’Arcivescovado dove trovai alcuni ricoverati, l’arcivescovo, il Sindaco e un paio di sacerdoti, corsi alla marina per apprestare soccorso alla gente che per istinto accorreva, mandai tutti alla stazione, aiutai i feriti, incoraggiai i salvi, mi spinsi nell’interno della città senza direzione perché non capivo né sapevo più orizzontarmi delle strade e delle contrade, tanta era la confusione.

Gente seminuda gridava al soccorso, persone chiedevano aiuto, persone ingagliate con gambe in mezzo a travi chiedevano aiuto, donne con braccia rotte, con gambe gonfie, grondanti sangue facevano sentire dei lamenti; cadaveri ad ogni posto sformati stringevano il cuore e commuovevano fino alle lacrime. Sudavo, piangevo e m’attristavo non potendo aiutare tutti. Avevo quasi perduto la voce quando la squadra russa coi suoi prodi veniva in soccorso abilmente. Alla vista dei soldati mi rianimai e per inclinazione spontanea alla milizia ne presi la direzione intendendomi coi capi in francese ed in latino, finché si cominciò il trasporto dei feriti ed il lavoro serio di togliere i vivi dalle macerie. Io non mi fermavo a scavare , ma correvo di corsa or qua or là disponendo il servizio, incoraggiando i soldati. Trovai in alto una fonte e potei riempire una brocca per dissetare tanti poveretti che erano arsi dalla sete. Dopo la mezzanotte mi ritirai alla stazione e rimasi poche ore in mezzo alla folla. L’indomani ripresi il lavoro con maggiore energia.

Accompagnai in massa educandati, orfani e superstiti in generale, mandando tutti a Catania e Palermo. Trovati degli aranci in mancanza di pane, portai addosso tre casse alla stazione, così la gente poté servirsene. Le gambe erano divenute forti ed io correvo veloce, confortando, incoraggiando, aiutando. Guidati dal maggior Graziani1 vennero in soccorso la fanteria e bersaglieri e dopo immensa truppa. Sempre in mezzo ai soldati l’opera mia non veniva meno e dove i soldati russi non risicavano salire ivi io correvo, sicché dovevano seguirmi.

Venuto l’on. Micheli2 e il Conte Zileri3 formammo il comitato messinese di soccorso ed informazioni. Io fui autorizzato pel recupero degli argenti e quant’altro apparteneva a Chiese, istituzioni etc... Continuai l’opera di raccogliere gli orfanelli affidandoli ai vari comitati feci mettere al sicuro dal comando dell’ottantunesimo duecentomila lire circa di capitale, apparti a vergini ricoverate. Corsi a Reggio Calabria, a Melito Porto Salvo a Bova, a Condofuri a Roccaforte feci il mio dovere da Sacerdote, da Maestro.

 

Francesco Palamara    

Copyright © 2018. All Rights Reserved.