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Storia e cultura

Le origini della Torre di Ptelea sono incerte. Infatti non ci sono documenti o reperti che attestino con certezza la presenza dell’uomo nella zona in un periodo precedente al Medioevo. Le prime notizie risalgono al 1050 e si riferiscono al monastero di Santa Marina che pagava un canone di 7 taria per la proprietà di beni situati a Ptelea ed esattamente nel luogo detto Kountos. Secondo quanto riportato da Don Domenico Spanò verso il 1300 fu edificata una chiesa in sostituzione di quella adiacente l'abbazia che venne demolita. Con l'istituzione della Commenda nel 1462, per volere di Pio II venne data a Giovanni Gregorio de Bertrand, morto il quale, fu affidata nel 1533 al cardinale Cristofaro Iacovacci. Successivamente l’abbazia e la Chiesa di S. Maria di Pletea vennero assegnate a Pietro Antonio Blanca.

Nel 1570 vennero affidate a Pompeo Parisio. Successivamente i due benefici vennero dati definitivamente ai canonici della cattedrale di Bova. Il 16 maggio 1610, la curia romana concesse al sac. Antonio De Marco, sacerdote di Bisignano, alcuni piccoli benefici in Calabria, fra cui la chiesa dei santi Giovanni e Nicola in Roccaforte, diocesi di Bova. Due anni dopo , scoppiò una lite tra due funzionari vaticani che sfociò in un processo celebrato presso la Sacra Rota. La lite era tra Perseo De Fracasso e Costantino De Costantinis. Il De Marco dovette cedere i beni dell'abbazia al De Fracasso. Nel libro “ Vita di San Giovanni Theresti” pubblicato nel 1677 da Don Apollinare Agresta viene riportato un episodio verificatosi presso la torre di Ptelea nel 1674. Il chierico Domenico Biasi, nipote del vescovo di Bova Fabio Olivadisio (1627 – 1646), versava in fin di vita tanto che il fratello Innocenzio Biasi (abate) scrisse al Vicario Generale di Bova Tomaso Contestabile chiedendogli di poter seppellire il fratello presso la Chiesa di Ptelea attigua alla Torre dove i due fratelli vivevano. Il Vicario concesse quanto richiesto ma soggiunse che con vera fede dovevano affidarsi a San Giovanni Theresti. Innocenzio Blasi seguì le indicazioni del Vicario e dopo alcuni giorni il chierico Domenico Biasi si sentì meglio anzi guarì completamente. I due fratelli resero grazie al Santo e soddisfecero il voto promesso. Alla fine del 1600 in questa zona si insediò la famiglia Tripepi originaria di S.Agata di Reggio. Alcuni beni che nei secoli precedenti erano appartenuti ai monaci basiliani passarono ai Tripepi per un matrimonio avvenuto tra Demetrio Tripepi e Cecilia Biasi, nipote di Don Domenico Biasi, mentre la torre e il convento furono acquistati successivamente. Nel 1724 venne emessa dal vescovo Paolo Stabile la prima sentenza relativa alla causa che vedeva contrapposti l’abate Giacomo Tripepi e il Capitolo Canonicale dei Preti di Bova. La questione era sorta perché l’abate Tripepi aveva costruito un acquedotto per irrigare le terre di sua proprietà situate in contrada Campo dirottando le acque che, invece, erano necessarie per irrigare i campi del Capitolo Canonicale situati in contrada Santa Trada. Vennero sentiti i testi Tommaso Romeo, di anni 48, Agostino Iaria, di anni 40, (sindaco di Roccaforte), Antonino Spanò, di anni 34, sacerdote , Filippo Modaffari, di 45 anni, di Giacinto Iaria, di 43 anni, , Bruno Iaria, di 50 anni, Giuseppe Lugarà, di 50 anni Sacerdote, Francesco Modaffari, di 46 anni, Paolo Spanò, di 47 anni, i quali dichiararono che l'acqua da tempo immemorabile serviva per irrigare le terre del Capitolo e che ingiustamente essa fu dirottata dal Tripepi nelle sue terre. L’abate si giustificò affermando che l'acquedotto del Capitolo era in disuso, per cui l'acqua andava perduta e per questo motivo pensò bene di servirsene per irrigare le sue terre. Comunque promise di non utilizzare più l'acqua dalle terre del Capitolo. In data 16 giugno 1734 il vescovo Tommaso Melina condannò l’abate Tripepi. Nell'Ottocento la famiglia Tripepi partecipò alla vita politica e sociale del paese; annoverò tra i suoi membri sindaci e sacerdoti. Infatti il 29 marzo del 1805 il barone Fortunato Tripepi cedette in “usufrutto ius vita durante” al fratello Giuseppe Maria un giardino in contrada Fossa costituito da gelsi di serico ed altri alberi da frutto, un castagneto e una vigna in contrada Grisolia, un giardino in contrada Sprighò con annesso Mulino e Frantoio, un appezzamento di terreno in località Castania, una tenuta in contrada Maesano, sei tomolate di seminativo in contrada Malora, un giardino con gelsi di serico e alberi di pero in contrada Lioca, un appezzamento di terra in contrada Crisacò, una vigna situata in contrada Alloghorio e delle terre aratorie in contrada Calonoro. La cessione avvenne affinché Giuseppe Maria Tripepi potesse ascendere alla prima clericale tonsura e successivamente ai sacri ordini. Tra gli esponenti della famiglia Tripepi che hanno avuto un ruolo molto importante nella vita politica roccafortese si ricordano Luigi Tripepi, sindaco dal 1812 al 1815 e dal 1825 al 1829, e Giuseppe Tripepi che venne nominato primo cittadino per il triennio 1846 – 1848. Il suo nome salì alla ribalta durante i moti insurrezionali del 1847. Fallita la rivolta del 2 settembre alcuni capi cospiratori tra cui Antonino Plutino, Agostino Plutino, Federico Geonese, Casimiro De Lieto, Domenico Muratori e il figlio Francesco si rifugiarono in località Serra di Piscopi del comune di Roccaforte Il 9 novembre del 1847, la guardia urbana Antonino Nicolò, originario di Reggio Calabria ma residente a Ghorio, dichiarò all’ispettore di polizia di primo rango Gennaro Cioffi che l’avvocato Domenico Muratori e il figlio Francesco furono ospitati a Ghorio , dal 5 settembre al 9 settembre del 1847, prima in casa di Giuseppe Sgro capo della guardia urbana di Roccaforte (zio del sindaco Giuseppe Tripepi n.d.a.) e successivamente presso la tenuta di contrada Bambuino appartenente a Luigi Tripepi. Insieme alle guardie urbane Leo Iaria ed Antonino Palamara tentò di arrestarli ma arrivati nei pressi della casa dove Muratori e il figlio si nascondevano appresero dal fattore Giuseppe Surace che i due erano stati prelevati da ignoti a dorso di due muli. Domenico Muratori nei giorni in cui fu “ospite” di Giuseppe Sgro scrisse una lettera al Dott. Oliva di Platì chiedendogli asilo. La lettera fu inviata per mezzo di Costantino Palamara dipendente di Giuseppe Sgro. Qualche giorno dopo, l’Intendente venne informato con una lettera anonima che L’Avv. D. Muratori e il Dott. P. Mezzatesta e i loro rispettivi figli erano stati guidati da una persona di Roccaforte alla casina detta di Ancone, di proprietà del fu Domenico Oliva. Fu effettuata un’accurata perquisizione che diede esito negativo. Il Nicolò dichiarò, inoltre, che nel mese di ottobre del 1847 incontrò casualmente in contrada Zimbi il latitante Antonio d’Aguì di Bova condannato a morte per reati politici. Considerato cospiratore e complice dei suddetti patrioti, Giuseppe Tripepi fu sospeso dalle funzioni di Sindaco perché ritenuto essere ricettatore di ribelli. Alla fine dell'Ottocento la famiglia Tripepi fu travolta da enormi problemi finanziari e la Torre fu acquistata all'asta dall'avvocato Calarco. Successivamente fu ereditata da Donna Rosina Catanoso che a sua volta la trasmise al figlio Domenico Vitali Mezzatesta. Durante il suo ministero sacerdotale Don Domenico Spanò cercò di ripristinare il culto dell'antico santuario della Madonna di Ptelea e riapri al pubblico la chiesa celebrando messa due volte a settimana per un compenso di 200 lire annue a totale carico della famiglia Vitali Mezzatesta, Negli anni sessanta un incendio distrusse la Torre e la biblioteca di cui era fornita andò completamente in fumo. Oggi versa in un stato di totale abbandono e disinteresse.

Albero genealogico famiglia Tripepi

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