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Storia e Cultura

Quando nel gennaio del 1899 sì sparse la notizia che  quattro condannati erano evasi dal cellulare di Gerace, un fremito di spavento si propagò  nei monti della  Calabria; vecchie  reminiscenze ritornarono nella mente, e la fantasia ricostruì il quadro truce dei briganti di una losca leggenda. Dopo quasi mezzo secolo di una vita quieta e  tranquilla, gli animi di questa popolazione, nel pensare all’apparizione  dello spettro del brigantaggio, invasi dalla paura, rivedevano nei boschi dell'Aspromonte ricomparse le figure intrise di sangue di quei feroci masnadieri che chiedevano la borsa o la vita. I più vecchi, che già ai mesti pensier della tomba schiudevano la mente, erano stati testimoni oculari di quelle tragedie di sangue, scorgevano, come in  un sogno penoso, legati e mani e piedi da Peppi Lampo, Bruno Attinà ed  Antonino Romeo, Pronto alla gora di un torrente, D.  Scipione Pannuti col cappello a tricorno nell'accampamento di Pullio, in attesa che la sua famiglia mandasse il riscatto di 1000 ducati, e D. Lorenzo Romeo fuggire lacero e contuso attraverso i boschi, dopo aver lasciato in potere dei briganti una mula ed una  giumenta  e gli oggetti che portava  dalla fiera. 

Ed in tempi più recenti, qualunque ladruncolo, che doveva scomputare  tre mesi di carcere per contravvenzione, si prendeva la via dei monti e si dava l’aire  persino la truccatura del  brigante leggendario per  ricattare il pacifico viandante. Chi da Bova, Africo,  Roghudi e Roccaforte si recava alla piana per vendere formaggi il più delle volte incontrava un paio di questi vigliacchi armati fino ai denti, gli intimavano di depositare tutto nelle loro mani, se avesse cara la vita e quella dei figliuoli. I nostri montanari, con questi tristi ricordi nella mente,  con ragione dovevano considerar  l'apparizione dei quattro evasi, e  condannati a pene gravissime, come una riproduzione del brigantaggio. Infatti nei primi giorni, quando ancora erano ignote le intenzioni di coloro che avevano avuto la fortuna e l'audacia di fare quella favolosa evasione ognuno un’ombra  che si muoveva sembrava un brigante sitibondo di sangue ed avido di danaro.  Per questo gioco della fantasia una notte degli ultimi di gennaio, mentre Annunziato Siviglia, Annunziato Trapani e Carmelo Zavattieri si recavano in Africo per comprare becchi e montoni scorsero  nel bosco Carruso, nella penombra dei cerri, poiché  splendeva  la luna,  tre ombre muoversi, credendo fossero gli evasi, si diedero  a precipitosa fuga, tra quei boschi folti di eriche, senza che l'uno potesse incontrare l'altro fino  al giorno dopo, e ritornati nella Borgata Ghorio, si rividero pallidi, cadaverici  dalla febbre e dalla paura. Ma Musolino, diviso  dai suoi compagni, non tardò ad infondere la fiducia ed a rasserenare gli animi. L'uccisione della povera Sidari ed il ferimento di  Antonino Crea in quel di San Luca, rivelarono subito nell’evaso di Gerace non l'uomo del brigantaggio, ma chi la vendetta credè un sacrosanto diritto ed assunse il compito truce del giustiziere. Allor si evocò la memoria la leggenda di un altro infelice , divenuto anch’esso  una specie di eroe popolare che la malvagità di un uomo fece divenire delinquente e disgraziato, il biondo e disgraziato Antonino Stelitano , soprannominato Lagrimella.  Nell'epoca dell'invasione francese anche questi ignoranti e fieri montanari, animati da un sentimento patrio , accorrevano colle loro carabine  e dal fitto della boscaglia decimavano le colonne francesi.  Anche negli uomini più barbari non v’è maggior dolore di quello di vedere invaso il loro territorio e vedersi nelle proprie case comandati da gente straniera.  Allora anche i più timidi in nome del loro diritti divengono eroi. In quell’epoca stava un giorno Antonino Stelitano,  in compagnia di un suo amico, in una collina nel bosco Carruso, sotto l'ombra di un cerro meriggiava il suo gregge; quando invece si vede passare un uomo.  Spara, spara, Antonino, è un  francese,  disse quell'altro, ed Antonino senza riflettere lasciò  partire un colpo dalla sua carabina ed il  passeggiero caddè fulminato. ma ahi quel passeggiero era uno dei più cari amici dello Stelitano. Disgraziato! Il pastorello ventenne, che tante volte da quei boschi  in compagnia di altri paesani  attese palpitante sul varco l’odiato straniero per seminare la morte dal suo nascondiglio, vittima di un equivoco, apri nel suo cuore una larga ed insanabile ferita. Appena lo Stelitano  si avvicinò col suo compagno, riconobbe nell’ucciso l’amico, assalito dall’ira e dal dolore con un colpo  di pistola stese cadavere colui che l’aveva incitato a commettere il delitto, e la sua carriera delittuosa cominciò. Il biondo pastorello, che per disgrazia imbrattò le mani nel sangue, si arrogò poscia il dritto della giustizia e si sostituì alla legge. Come Musolino, anche costui fu il terror delle spie e dei suoi persecutori, ma non si rese mai colpevole di azioni vigliacche. Agli occhi di Lagrimella, che credè lavare  il delitto col delitto, divenne simpatico ed ebbe la sua leggenda. Ignorante e superstizioso,  come  il bandito di Aspromonte, si credeva in dritto di uccidere  chi gli faceva del male, perché questo era il volere di Dio e della Madonna. Infine il Lagrimella,  dopo tanti conflitti colla pubblica forza , e tanta pietà e simpatia popolari , dopo di avere scorazzato  da padrone  temuto e  stimato , queste campagne, si  lasciò  arrestare senza  opporre resistenza -  ecco un drappello di gendarmi. Antonino , gli disse un amico, salvati. Egli prende la carabina per difendersi, ma quelle braccia agili e svelte cadono penzoloni, cerca di darsi alla fuga, ma le gambe non si prestano più all’usato ufficio, e si siede. Muoviti, gli replica l’amico: è giunta la mia ora, così vuole Iddio, e si lasciò arrestare. Nell’estremità  di Ghorio di Roghudi esiste il campanile dell’antica chiesa, nella cui piazzetta venne fucilato Lagrimella, condannato alla morte esemplare. Il sol del mese di agosto del 1818 proiettava i suoi raggi su due file della guardia nazionale di Roghudi e di Bova, sull’altra estremità, colle mani legate a tergo stava inginocchiato chi aveva goduto per tanti anni la simpatia e la benevolenza del popolo, mentre il momento ferale si avvicinava. I paesani di Lagrimella ebbero l’ordine di eseguire la giustizia; ma essi ricordandosi il suo caso truce e pietoso, non avevano il coraggio di ferirlo, sentivano come un rimorso nell’animo colpire chi dal caso era stato reso malvagio e feroce e puntavano i loro fucili in alto. Ma quando l’ordine venne dato alla guardia nazionale di Bova la giustizia ebbe il suo corso e Lagrimella crivellato dal piombo fu reso cadavere. D’allora è passato quasi un secolo e la piazzetta, dove il Lagrimella fu giustiziato si guarda ancora da tutti con un sentimento di compassione e non scevro di rispetto. La tradizione, ricordando la madre, i fratelli e le sorelle del Lagrimella, che per legge erano obbligati d’assistere a quell’esecuzione, fa fremere l’umanità al ricordo di tanta ferocia. Ho creduto esumare questo fatto paesano perchè mi sembra che abbia molta analogia con questo di Musolino. Anzi questi reintegra quello, e l’uno e l’altro si compendiano e si completano. Lagrimella ebbe una triste nomea circondata dall’aura popolare perchè si seppe vittima del caso; Musolino ha avuta la sua leggenda perchè si sapeva vittima di un’ingiustizia.

 

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